Collezione Tarantina

La Collezione Tarantina del Museo conta circa 2.000 reperti, ed è una delle più importanti raccolte di oggetti provenienti da Taranto al di fuori della città pugliese. La formazione della collezione iniziò nel 1886 con il dono da parte di Giuseppe Sartorio di ventuno pezzi provenienti dagli scavi. Negli anni successivi la raccolta si accrebbe grazie a numerosi acquisti del Museo presso il mercante d’antichità Vito Panzera, che aveva un negozio nel centro di Taranto. L’allora direttore del Museo, Alberto Puschi, effettuava gli acquisti con l’intento di offrire materiali da studio non solo allo specialista ma anche all’artista, all’artigiano e agli studenti. La raccolta comprende una varietà di oggetti in vetro, osso, metallo, oltre ai quali vi sono monete e in minor numero marmi, tra cui vanno ricordati la piccola testa di Atena e il ritratto di Lucio Vero bambino esposto nella galleria dei ritratti romani al pianterreno. Capolavori sono il famosissimo rhyton d’argento a testa di cerbiatto (esposto nella sala adiacente) e l’oinochoe in bronzo con grifoni. La maggior parte della collezione è costituita, tuttavia, da materiali in terracotta. Nel V secolo, quasi a controbilanciare la relativa povertà dei corredi funerari del periodo, fiorisce la coroplastica votiva. È possibile che le terrecotte della collezione provengano da favisse (fosse in cui le terrecotte, spezzate per evitare il riutilizzo, erano raccolte quando nel luogo originario della dedica non vi era più spazio per aggiungerne altre) nelle località di Punta Pizzone e Fondo Giovinazzi (nei pressi dell’attuale arsenale). La zona era probabilmente sede di un santuario dedicato a una divinità femminile legata alla fertilità. Erano prodotte in serie per mezzo di stampi (più di uno per quelle di dimensioni maggiori – ce ne sono alcuni nella collezione), con alcuni dettagli eventualmente applicati a mano prima della cottura, e il colore steso alla fine della lavorazione. Sembra che le officine di produzione si trovassero nei pressi dei luoghi dove le terrecotte venivano dedicate, in modo da facilitare la vendita. Inquadrabili tra il VI e il III secolo a.C., le terrecotte del museo raffigurano diversi soggetti dei quali si può seguire l’evoluzione stilistica tra l’età arcaica (vetrina T 1 ) e quella classica (vetrina T 2, 3 ) fino all’età ellenistica (330-200 a.C.) (vetrina T 4 ). La collezione tarantina è stata studiata dalla dott.ssa Nicoletta Poli, mentre le antefisse dal dott. Emanuele Montagner.

COLLEZIONE TARANTINA LE TERRECOTTE FIGURATE

La Collezione Tarantina si compone soprattutto di coroplastica (termine che designa la tecnica di lavorazione della terracotta), con migliaia di figure, oggetti di qualità molto variabile che oscillano tra l’alto artigianato artistico e la mera riproduzione seriale. Tutti i pezzi sono privi dei dati di provenienza, se non genericamente “da Taranto”, non essendo frutto di scavi condotti con metodologia archeologica, ma il risultato di sterri edilizi e della caccia all’oggetto antico da vendere facilmente ai collezionisti. Le terrecotte sono importanti indicatori nello studio dei rituali e dei comportamenti religiosi delle società antiche. Frequentemente erano inserite all’interno delle sepolture, come elemento di corredo del defunto; questo uso fu rarissimo a Taranto, dove invece costituirono un’offerta abituale nei santuari e negli altri luoghi di culto, come testimoniano i numerosissimi ritrovamenti. Sono infatti molte decine di migliaia gli esemplari affiorati in varie zone della città antica, all’interno di fosse o sparsi nel terreno, ma specialmente nell’area dove si sviluppò la vasta necropoli. Non è chiaro a quali culti ricondurre queste evidenze: un’ipotesi suggerisce che almeno una parte di esse fosse dedicata nel corso di cerimonie in onore dei defunti.

Le tecniche di produzione delle terrecotte

Nelle fasi più antiche le terrecotte erano modellate a mano, sino a quando nel VII secolo a.C. fu introdotta la lavorazione a matrice, o stampo, che permise una produzione seriale in grandi quantità e in tempi veloci. Un artigiano-scultore creava il prototipo a tutto tondo dal quale era ricavata la prima matrice; con essa si ottenevano i positivi, realizzati in serie uguali tra loro in tutto e per tutto, salvo l’apporto di modifiche prima della cottura, quando l’argilla era ancora morbida. Nei periodi arcaico e classico, i coroplasti tarantini utilizzarono la matrice solamente per la parte anteriore delle statuette, caratterizzate, in genere, da uno scarso rilievo, così da assumere piuttosto l’aspetto di bassorilievi. Il retro era semplicemente lasciato aperto o talvolta chiuso con un foglio di argilla, mentre la parte inferiore, che era più sporgente del corpo, faceva da base.

La policromia

Un elemento che purtroppo si è perso quasi completamente è la policromia. Le terrecotte erano infatti dipinte, ma dopo la cottura, ragione per cui la decorazione non è molto resistente agli agenti atmosferici e all’usura del tempo. I colori erano in genere applicati su uno strato bianco di preparazione (latte di calce) o sull’ingobbio (argilla liquida), secondo schemi piuttosto convenzionali. Rosso per le labbra e le guance, nero per gli occhi, rosso, nero o giallo per le capigliature. Talvolta rimangono anche tracce di rosa e azzurro, tinte che sembrano più comuni in Età Ellenistica. In questo periodo si ricorreva anche alla doratura per dettagli quali corone vegetali, orecchini e decori delle vesti.

Utilizzo delle terrecotte

Si può immaginare che talvolta le terrecotte fossero appoggiate a terra, contro qualche sostegno, una parete o qualche altra struttura: nei rari casi in cui sono state ritrovate nel luogo di deposizione, dove erano state dedicate, si è appurato che potevano essere collocate direttamente a terra, ammassate le une sulle altre.

Vetrine T1 – T4

LE ANTEFISSE

Nella collezione, le antefisse sono più di cento: si tratta di elementi della decorazione architettonica che venivano collocati sulla linea laterale del tetto e servivano a coprire le testate delle travi. Nell’area della necropoli tarantina ne sono state rinvenute numerose serie, databili dall’età arcaica a quella ellenistica. Hanno dimensioni ridotte e quindi provengono da edifici di piccole dimensioni, come edicole funerarie, collocate in corrispondenza delle sepolture più prestigiose, oppure da sacelli (piccoli templi) dedicati a eroi o a qualche divinità venerata ai margini delle aree cimiteriali.

Vetrina T1

L’antefissa più antica (seconda metà del VII secolo a.C.) presenta un volto femminile allungato affiancato da capelli a trecce spioventi, caratteristici dell’arte di questo secolo, spesso definita convenzionalmente “dedalica”. Tra le antefisse a maschera gorgonica (raffigurante il volto terrificante della Medusa), la quarta conserva la vivace policromia originale (fine del VI secolo a.C.): era un motivo molto diffuso a Taranto, probabilmente per l’influsso della tradizione corinzia nella decorazione templare. L’ultima, databile anch’essa alla fine del VI secolo a.C., raffigura una testa di sileno.

Vetrine T2 e T3

In Età Classica, a partire dalla metà del V secolo a.C., si diffusero invece i tipi caratterizzati da belle teste femminili, che hanno ormai perso l’aspetto feroce della Gorgone, e i sileni dal ghigno beffardo (databili a cavallo tra V e IV secolo a.C.).

Vetrina T4

L’iconografia si evolve nel corso del IV secolo a.C. Alla testa della Gorgone si affiancano altri soggetti: il dio Pan, le teste femminili, quelle con berretto frigio (di incerta identificazione), quelle di Io dalle corna taurine e quelle di Artemide Bendis, ben riconoscibili perché indossano il caratteristico copricapo a pelle leonina (come nelle statuette a figura intera del medesimo soggetto; vetrina T2 in basso a destra). Antefisse a testa di Gorgone, di Sileno, di Pan Antefisse a testa femminile con berretto frigio, di Io, di Artemide Bendis

Vetrine T1 e T2

FIGURE FEMMINILI LA KOUROTROPHOS

Unica nel suo genere è la kourotrophos, una figura femminile con bambino, che si è conservata quasi intatta, anche nella decorazione dipinta. Fu realizzata verso la fine del VII secolo a.C. e trova confronti stilistici nell’ambiente corinzio. La figura rappresentata potrebbe essere identificata con una divinità tutelare della maternità o dell’infanzia, ma anche con un’offerente che aveva compiuto qualche rito legato a questi temi.

Vetrine T1 e T2

LE FIGURE FEMMINILI CON OFFERTE, STANTI E IN TRONO

Tra le terrecotte offerte nei santuari un gruppo molto folto è quello delle offerenti, cioè le figure femminili – più rare quelle maschili – che, stando in piedi, reggono qualche oggetto da donare alla divinità: frutti, fiori, dolci e altri prodotti alimentari, che nella vita reale venivano effettivamente deposti presso il santuario; più rara e costosa era invece l’offerta di un animale, il sacrificio per eccellenza. Le figure in trono in posizione frontale e solenne sono forse immagini divine ancora da identificare.

Vetrine T1 e T2

TESTE E BUSTI

Non mancano immagini parziali della figura umana, come le teste e le cosiddette protomi-busto con offerte, che venivano sospese grazie ai fori praticati sopra la fronte. Vanno collegate al culto che le donne riservavano a Demetra, nei riti che avevano la finalità di propiziare un ricco raccolto.

Vetrina T2

FIGURE FEMMINILI IN SERIE

A Taranto sono state ritrovate centinaia di queste figure femminili in gruppi, quasi esclusivamente presso la costa oltre l’area del santuario del Pizzone, considerata come l’espressione di un imprecisato culto in onore di divinità femminili e dei temi della fertilità. Incerta rimane l’identità dei personaggi, ma il motivo della moltiplicazione delle figure pare evocare simbolicamente concetti di fertilità, forza legata all’aldilà, bellezza e giovinezza. La produzione di mediocre qualità e le vesti permettono una datazione alla seconda metà del V secolo a.C.

Vetrine T1 e T3

I RECUMBENTI E IL MONDO DEL SIMPOSIO

Il soggetto in assoluto più diffuso nella coroplastica tarantina, senza uguali nelle altre città della Grecia e dell’Occidente greco, è il cosiddetto recumbente, ovvero la figura maschile semisdraiata sulla kline (il letto conviviale) sul quale i Greci partecipavano al simposio, la “bevuta di vino” che seguiva il pasto vero e proprio e vedeva la partecipazione di un gruppo ristretto di uomini (esclusivamente maschi adulti con pieni diritti) con il capo adorno di nastri e corone vegetali, sdraiati a coppie sui piccoli letti disposti intorno a una sala Rimane incerto il significato di queste statuette e l’interpretazione del personaggio: un dio, un eroe o lo stesso offerente? In passato prevaleva l’opinione che fosse rappresentato Dioniso, ma oggi si pensa piuttosto che il personaggio debba essere l’autore della dedica oppure colui che avrebbe dovuto beneficiare della protezione divina: probabilmente il defunto, ipotizzando che la terracotta venisse dedicata nel corso di rituali celebrati in onore dei morti.

Vetrina T1  – sulle due scansie in basso

I tipi più antichi hanno volto carnoso e tondeggiante, occhi globosi, bocca sorridente, sproporzione del corpo, caratteristiche che rinviano ai modelli del Vicino Oriente. Fu proprio in quest’area che si diffuse l’abitudine di mangiare sdraiati anziché seduti. Furono le terrecotte, i bronzetti e i vasi plastici dell’artigianato ionico (dell’Asia Minore) a veicolare lo schema in Grecia e in Italia meridionale.

Vetrina T3

L’intera vetrina è dedicata ai recumbenti di Età Classica (V-IV secolo a.C.). È una produzione veramente notevole per la grande varietà di tipi e di forme, con più o meno accentuate modifiche dello schema di base e un notevole repertorio di acconciature e di volti. Ad esempio, viene aggiunto un giovane coppiere che avanza di profilo, oppure una donna seduta all’estremità della kline. Nell’evoluzione, questa assume una postura più naturale e tiene in braccio un bambino, colto spesso nell’atto di porgere un kantharos (tipico vaso da banchetto con due anse) alla figura maschile. La donna può anche trattenere il velo che le copre il capo, evocando il gesto del marito che scostando il velo alla sposa sanciva l’ingresso della moglie nel nuovo nucleo familiare. Evidente il riferimento al ruolo sociale del personaggio maschile: egli è presentato come capo dell’oikos (casa, famiglia) e capostipite di una discendenza legittima, due concetti cardine dell’antica società greca. In alcuni esemplari compaiono anche una protome equina e uno scudo, elementi che proiettano la scena in una dimensione eroica.

Vetrina T1, in basso a sinistra

SILENI

Esseri per metà uomini e per metà animali, i sileni/satiri sono fortemente legati alla sfera della fertilità e della forza procreatrice. Le terrecotte raffiguranti queste creature erano dedicate con una valenza propiziatoria e beneagurante in varie occasioni, per richiedere ricchi raccolti, la fertilità delle greggi e degli uomini. Spesso trasportano contenitori di vino che evocano il ruolo che i sileni svolgono nella cerchia dionisiaca.

Vetrina T1

FIGURA DI ERMES

Il dio Ermes, messaggero degli dei e ladro scaltro, era invocato perché dispensasse doni e prosperità in quanto protettore delle greggi e dei pascoli; ma era anche accompagnatore delle anime nell’oltretomba e dio viandante. Il dio, riconoscibile per il copricapo, porta un ariete e ha grandi ali che rinviano alla funzione di messaggero e indicano la sua origine divina e il potere sulla natura e sugli animali.

Vetrina T1

I VASETTI CONFIGURATI PER ESSENZE PROFUMATE

Sono da collegare all’artigianato ionico i graziosi balsamari configurati: vasetti per unguenti realizzati a matrice che ripropongono un ariete, un cinghiale, una sirena (a corpo di uccello) e la testa di Eracle coperta dalla pelle di leone. Prodotti in una pluralità di centri dislocati lungo le coste della Ionia, ai quali va aggiunta la città di Corinto, ebbero una grande fortuna, inondando nella seconda metà del VI secolo a.C. i mercati di tutto il Mediterraneo, sulle rotte del commercio delle preziose e ricercate sostanze profumate. Potevano essere offerti nei santuari o deposti nelle tombe.

Vetrina T2, sulla scansia in basso

CAVALIERI E GUERRIERI

In Età Classica, nel corso del IV sec. a.C., sono presenti figure di cavalieri e guerrieri, che avevano il compito di esaltare, in chiave aristocratica e eroica, le principali virtù dei buoni cittadini, cioè il valore e il coraggio al servizio della difesa della polis (città).
Le figure portano un elmo conico, o pileus, e sono affiancate dallo scudo e dalla protome equina. Non mancano la presenza di un bambino e del vaso per la libagione.
Analogamente ai recumbenti, si pensa che queste figure fossero offerte nel corso di rituali in onore dei defunti o che avessero un proprio uso votivo come dedica nell’ambito dei rituali di tipo iniziatico riservati ai giovani nel momento dell’ammissione nella società degli adulti.

Vanno lette in tale senso anche le figure di cavalieri che possono essere identificate con i Dioscuri, sottolineando il ruolo di queste due divinità nell’ambito dei rituali efebici (legati ai giovani).
Nei cavalieri, l’aspetto militare si fonde però anche con quello agonistico, ponendo queste figure in relazione con gare e giochi sportivi organizzati nell’ambito di riti di passaggio.


Vetrina T2, in basso

ARTEMIDE BENDIS

In Età Classica, tra i culti femminili di Taranto ebbe una notevole importanza – a giudicare dalla quantità di terrecotte ritrovate – quello di Artemide, nella versione di Artemide Bendis: figura femminile caratterizzata dal copricapo a pelle di leone, da una tunica corta alle ginocchia, dalla fiaccola e da un cerbiatto, di cui Artemide è allo stesso tempo cacciatrice e protettrice.
Il tipo deriverebbe dalla fusione di due culti, quello di Artemide e della dea tracia Bendis, avvenuta in ambiente attico nel corso del V secolo a.C.
Artemide vigilava sulle giovani non ancora sposate, ma anche sulle partorienti e sui neonati, tanto del genere umano che animale, assicurando la sua protezione in occasione dei momenti critici della vita.


Vetrina T4

LA COROPLASTICA DEL PERIODO ELLENISTICO

Tra la fine del IV secolo a.C. e l’inizio del secolo successivo a Taranto si nota una trasformazione dei comportamenti religiosi, così come dei soggetti delle terrecotte, che vengono sostituiti progressivamente dal nuovo repertorio ellenistico; così rinnovata appare anche la tecnica di lavorazione, che ora vede l’uso di matrici bivalvi.
Le statuette divengono tridimensionali, si tratta delle cosidette “tanagrine”, un termine che deriva dalla città di Tanagra, in Beozia, e designa le figure femminili colte in vari atteggiamenti, ma anche fanciulli, bambini e figure grottesche.
La produzione ebbe inizio ad Atene, centro dal quale i modelli furono ben presto esportati e riprodotti con successo in tutto il mondo greco, tra 330 a.C. e 200 a.C. circa.

A Taranto, le terrecotte ellenistiche, non più offerte nei santuari, erano destinate principalmente a un uso funerario, fatta eccezione per un breve periodo nel santuario extra-urbano della Sorgente di Saturo (una decina di chilometri dalla città), dove le dediche coroplastiche continuano anche in questa fase, assieme a pochissimi altri depositi.
Nel corredo funerario le tanagrine erano deposte assieme a vasi di terracotta, oggetti di oreficeria o in altri metalli.

I soggetti

Tra i tipi più comuni e apprezzati (ne sono stati individuati più di 400) vi sono le danzatrici e le altre figure femminili, ritratte in vari atteggiamenti, fanciulle e fanciulli che suonano uno strumento (il timpano, la cetra, i crotali) o che giocano. Molto diffuse erano anche le figure di eroti (o amorini), ritratti con l’aspetto di adolescenti o di bambini; infatti l’arte greca amava rappresentare figure di differenti età, compresi vecchi e bambini.
Si è osservato che la maggior parte delle statuette proviene da sepolture di bambini e adolescenti: se fossero rimasti in vita, le giovani e i giovani le avrebbero dedicate alla divinità durante qualche rito, mentre erano invece i genitori a deporle all’interno della tomba come offerta sostitutiva di quella che i figli non avevano potuto compiere a causa della morte prematura.


Vetrina T4

SOGGETTO TEATRALE

Figure di attori (principalmente schiavi, nutrici e personaggi buffoneschi) o piccole maschere della commedia e della tragedia illustrano un aspetto importante della cultura greca, che era strettamente connesso al culto di Dioniso, soprattutto nei temi di contenuto leggero, come la commedia e la farsa fliacica (genere teatrale comico originario dell’Italia meridionale).
La maschera identificava i vari personaggi e i loro ruoli attraverso l’esagerazione dell’espressione, visibile agli spettatori anche da lontano, e permetteva che i soli tre attori presenti sulla scena interpretassero fino a dieci parti diverse. Tra di esse erano comprese quelle femminili, dal momento che le donne non potevano recitare.
Queste terrecotte, che provengono per lo più dalle sepolture, si collocano nel IV-III secolo a.C., con una persistenza sino ai decenni finali del secolo successivo. Spesso gli stessi tipi erano presenti in più repliche nel medesimo corredo funerario.


Vetrina T4

STRIGILI E SPECCHI

La presenza di specchi in bronzo caratterizza le sepolture femminili, mentre quelle maschili contengono uno strigile e gli alabastra.
Prima di allenarsi o di gareggiare, gli atleti si cospargevano il corpo di olio e polvere di pomice, che poi erano rimossi con lo strigile, una sorta di raschietto in metallo, generalmente in bronzo. Formato da un cucchiaio lungo e stretto e da un manico, rimase in uso dal periodo arcaico a quello romano, con poche variazioni nella forma.
Gli altri oggetti dei corredi che testimoniano una relazione con l’atletismo sono gli alabastra, i piccoli contenitori per unguenti, raffigurati sui vasi in tante scene di palestra.


Vetrina T4

I TINTINNABULA

I tintinnabula sono sonagli che, agitati, producevano un suono grazie a un sassolino al loro interno cavo. Nella tradizione antica, l’invenzione di questi giocattoli è attribuita ad Archita, il filosofo pitagorico tarantino vissuto nel IV secolo a.C.
In forma di animali, mostrano maiali/cinghiali, cigni e anatre, ma potevano anche raffigurare un neonato disteso nella sua culla con il capo adagiato sul cuscino. Questo motivo fu molto comune a Taranto (a cavallo tra I secolo a.C. e I secolo d.C.).


Vetrina T4

LE OFFERTE DI CIBO

Nel vestibolo, o fuori dalla tomba, si svolgevano riti di libagione, tanto al momento della sepoltura che in tempi successivi: il consumo di cibo e bevande, con contestuale offerta al defunto, è documentato da resti di cibo in alcuni vasi, dalla presenza di veri servizi da tavola e dall’offerta di frutta fittile, come le melegrane (simboli della continuità della vita oltre la morte).


Vetrina T4

LE ARULE

Le arule fittili, dette “a cassetta”, sono piccoli altari decorati a rilievo, sui quali venivano bruciate le offerte alla divinità, nei santuari oppure anche nelle abitazioni.
Notevole era la varietà di temi e scene, ma a Taranto fu prediletto quello femminile e in particolare il mondo di Afrodite e la sfera nuziale (prima metà del IV secolo a.C.).


Vetrina T4

TESTE IDEALI

Nel gruppo delle teste, per lo più appartenenti in origine a figure intere o busti, si osserva la ricercata modellazione che pone in evidenza l’espressione del volto e la cura delle acconciature ispirate alla scultura di dimensioni maggiori in pietra e bronzo.
Fortuna ebbero anche le teste ispirate ai ritratti di Alessandro Magno, il cui prototipo andrà dunque collocato nel tardo IV secolo a.C., alle soglie dell’Età Ellenistica. Lo stile patetico e le caratteristiche di molti tipi furono influenzati dall’opera di Lisippo, il grande scultore che nella fase finale della sua carriera, negli ultimi decenni del IV secolo a.C., lavorò a Taranto, città per la quale realizzò i due colossi bronzei raffiguranti Zeus ed Eracle, tanto celebrati dagli autori antichi e, dopo la conquista, trasportati a Roma.

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