Histri in Istria: La mostra e l’atrio

Il Museo ospita con grande piacere la mostra sugli Istri, voluta dalla Comunità croata di Trieste e dal Comune di Trieste, curata e realizzata dai colleghi di Pola, come seconda tappa della trilogia dedicata ai popoli protostorici della Croazia, dopo quella sugli Iapodes proveniente dal Museo di Zagabria e prima di quella sui Liburni da Zara.

In questa occasione i materiali della mostra arricchiscono il museo appartenendo allo stesso ambito culturale e si inseriscono, non solo fisicamente, tra le sale trovando corrispondenza in quelli del percorso espositivo, riflettendo forme e decorazioni. Infatti, per ragioni storiche, quando tutti eravamo uniti nell’Impero austro-ungarico, le prime ricerche e i primi scavi in Istria sono stati condotti dai curatori e direttori dei musei triestini: così nel 1904 a Pizzughi/Picugi Carlo Marchesetti e nei primi due decenni del Novecento Alberto Puschi e Piero Sticotti a Nesazio.

Veduta di una delle sale della mostra al secondo piano
Veduta di una delle sale della mostra al secondo piano

Chi sono gli Istri

Il popolo degli Istri ha dato il nome alla penisola che oggi chiamiamo Istria.
L’archeologia ha restituito numerosi siti abitativi e necropoli tali da fornire il panorama di un territorio popolato dagli Istri tra l’età del bronzo finale e la prima età del ferro, cioè tra XII e II secolo a.C. Si tratta di insediamenti, detti castellieri, anche di considerevole importanza, posti in posizioni strategiche, tanto a dominare la linea costiera, quanto anche al controllo delle dinamiche territoriali e commerciali dell’Istria interna.
Se gli Istri non hanno lasciato testimonianze scritte, sono gli storici greci e romani che ci informano su di loro: le più antiche fonti letterarie risalgono all’inizio del V secolo a.C. e ricordano che la penisola istriana era un territorio abitato dagli Histri o Istri e che, venendo da ovest, dopo i Veneti viene il popolo degli Istri e ancora dopo quello dei Liburni.
Si desume quindi che quello degli Istri fosse un gruppo culturale unitario ma diviso in diverse stirpi, una comunità di tribù autonome che solo per l’ultima vana difesa si arroccò in un unico centro: infatti lo storico romano Tito Livio scrive che i principi istri e lo stesso re, il regulus Epulone, si rifugiarono nell’oppido di Nesazio, assediato e poi conquistato da Roma nel 177 a.C.

Una società dunque turbolenta, organizzata territorialmente in tribù che doveva avere una grande propensione per il mare e quindi per i rapporti con terre unite dalle rotte marittime.
I ricchi ritrovamenti hanno dimostrato come soprattutto Nesazio rientrasse nel circuito adriatico di scambi e di traffici commerciali, ricoprendo un ruolo centrale in una rete di contatti che permetteva l’acquisizione di beni di prestigio volti alla legittimazione del rango di alcuni personaggi o di alcune famiglie, che si possono definire certamente aristocratiche, in rapporto con il mondo italico centro meridionale e con l’area dell’Italia nordorientale.

I direttori Puschi e Sticotti posano durante gli scavi di Nesazio dietro un frammento del frontone romano
I direttori Puschi e Sticotti posano durante gli scavi di Nesazio dietro un frammento del frontone romano
I collaboratori Schiavuzzi e Opiglia posano davanti alla scultura della madre o nutrice partoriente rinvenuta durante gli scavi di Nesazio

L’atrio e la scultura

La scultura in calcare locale è stata ritrovata nel sito di Nesazio, unico ad avere restituito tanto stele e rilievi decorati da motivi geometrici e spiraliformi quanto frammenti di scultura monumentale a tutto tondo. Tra quest’ultimi devono essere ricordati: la nutrice partoriente, il cavaliere nudo, varie parti del corpo di giovanetti e una testa di cavallo. Tutti provengono dalla necropoli di Nesazio, dove furono trovati in giacitura secondaria e quindi non più nel punto dove erano stati posti originariamente. Pertanto è difficile ipotizzare una ricostruzione del loro uso originario: con tutta probabilità erano monumenti sepolcrali, rappresentanti defunti eroicizzati, oppure facevano parte di un gruppo scultoreo o altare del sacrario dedicato al culto dei morti. Per stile vanno situati nel periodo intercorrente dall’VIII/VII al VI secolo a.C.

Sono esposti: un torso maschile, scultura in calcare, il braccio destro è piegato, il palmo della mano poggiato sul petto; e un torso maschile itifallico, con sul fianco destro la mano sinistra stilizzata

Accanto è posizionata una stele monumentale in calcare, decorata con bordo a zigzag e al centro spirali, simboli marini o di vita eterna.

Al centro dell’atrio è un’ara dedicata a Melosoco rinvenuta nella Grotta Golubinčina, presso Carnizza: Melisoco / sac(rum) / C(aius) Septidius / Pilumenus / v(otum) s(olvit) l(ibenter).

Aretta offerta da Caio Septidio Pilumeno alla divinità maschile Melosoco, una delle tante divinità legate al mondo degli Istri che i romani associarono al culto dei propri dei in Istria, accanto a quelle femminili di Eia (legata forse a Giunone), Iria identificabile con Venere, Trita, Boria e Histria terra.

Il rilievo con cavaliere da Nesazio (non in mostra)
Il rilievo con cavaliere da Nesazio (non in mostra)
La stele con il motivo a spirali da Nesazio (VI secolo a.C.)
La stele con il motivo a spirali da Nesazio (VI secolo a.C.)

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