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Ulisse e la rievocazione delle anime

In Occidente troviamo in Omero, nell’XI libro dell’Odissea, una particolare catabasi anche se di fatto Ulisse (Odisseo per i greci), non entrò nel regno dei morti, ma rimase sulla soglia.

Dopo essersi fermato un anno da Circe, Ulisse – su indicazione della stessa maga – si accinse a una nuova prova, rievocare dal regno dei morti le anime dei compagni perduti durante la guerra di Troia, incontrare la madre e interrogare l’indovino Tiresia, che gli presagirà un ritorno luttuoso e difficile.

Raggiunto il paese dei Cimmeri, Ulisse si dirige all’ingresso dell’Ade. Giunto nel luogo prescelto, scava una fossa, vi versa vino, miele e acqua, per poi cospargere il tutto di farina bianca. In seguito, pregate le anime dei morti, sgozza sulla fossa alcune vittime sacrificali e vi fa colare dentro il loro sangue. Improvvisamente, gridando ed emergendo dalle buie profondità, le anime dei morti si affollano intorno alla fossa, ma l’eroe le tiene lontane, perché così gli è stato ingiunto di fare.

Oltre all’indovino Tiresia, Ulisse incontra sulla porta dell’Ade il compagno insepolto Elpenore, la madre Anticlea ed i propri compagni d’armi durante la guerra di Troia. Si tratta di Agamennone, Achille, Patroclo, Antiloco e Aiace. Infine i grandi dannati: Minosse, Orione, Tizio, Tantalo e Sisifo. Dunque Ulisse, in realtà, non entra materialmente nell’Ade, ma evoca le anime e poi dialoga con loro per conoscere ciò che nel frattempo è successo e ottenere utili consigli per il suo futuro.

Per Omero l’aldilà non ha un carattere di vero e proprio “regno” esteso, ma nell’Odissea viene descritto solamente come un grande spazio oscuro e misterioso, dove soggiornano in eterno le ombre (e non le anime) degli uomini senza apparente distinzione tra ombre buone e ombre malvagie, e senza nemmeno un’assegnazione di pena o di premio in base ai meriti terreni.

Vedi in Wikipedia la voce “Ulisse”

Gemma incisa con figura di nave e guerrieri

Gemma in agata, piana, lucida, incisa con nave a remi andante a destra. La poppa dell’imbarcazione ha forma di “esse”, la prora è alta; sulla nave sono quattro guerrieri con lo scudo imbracciato e alla spalla una specie di lancia uncinata.

I-II secolo d.C.
cm 1,3 x 1 x 0,2
inv. 31485, gemme 2892

Alabastron corinzio

Alabastron corinzio con Sirena ad ali spiegate
625-600 a.C.
altezza cm 20
inv. 1794 collezione Taranto T.101

Aryballos corinzio raffigurante una sirena

600-550 a.C.
altezza cm 6,3
inv. 7738, collezione Grecia 433

Per evocare il viaggio di Odisseo/Ulisse sono stati scelti due contenitori per profumi o olii di produzione corinzia del VII-VI secolo a.C. di forma sferica o allungata, con un collo stretto munito di un largo bordo, funzionale a distribuire il liquido sulla pelle.

Ambedue raffigurano un essere dal corpo di uccello con testa di donna, una delle mitiche sirene. Nel mondo greco le sirene non nascono come creature marine, ma stanno appollaiate su rupi e scogli, ed hanno parte superiore di donna e corpo di uccello, animale dalla consistenza aerea e dal canto meraviglioso (le sirene con coda di pesce sono una creazione medioevale).

Ulisse sfiderà la loro soave voce che ammalia e incanta i sensi: chi le ode non può resistere alla tentazione di fermarsi, interrompendo il proprio viaggio terreno. Omero racconta che cantavano così: “… vieni … nessuno è mai passato di qui con la nera nave senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele, ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose”.

Diverse leggende mitiche raccontano che le sirene, sconfitte nella gara di canto che le vedeva contrapposte a Orfeo o alle Muse, si strapparono le penne e si suicidarono gettandosi in mare. Oppure furono trasformate dall’ira di Demetra in mostri per non aver soccorso la figlia Persefone quando la rapì il Signore degli inferi, Plutone.