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La Discesa di Ištar negli Inferi

La prima catabasi conosciuta risale alla religione mesopotamica con la Discesa negli Inferi della dea Ištar. Un racconto pervenuto in diverse redazioni in lingua accadica (in testi spesso frammentari provenienti principalmente da siti archeologici assiri, come Assur e Ninive), datate a partire dalla fine del II millennio a.C. Questi testi derivano però sicuramente da un poema più lungo e più antico in lingua sumerica (probabilmente risalente al III millennio o all’inizio del II) che aveva come protagonista la dea Inanna, omologa di Ištar nel pantheon sumerico.

Ištar arriva alle porte dell’oltretomba e chiama i guardiani a gran voce, minacciando, se non le fosse stato aperto, di distruggere la porta e di far uscire dal Kurnugi i morti, che avrebbero divorato i vivi, così da sovvertire l’ordine del mondo. I guardiani avvertono la signora dell’oltretomba, Ereshkigal, sorella di Ištar, che coglie l’occasione per attirarla in una trappola. La dea viene fatta entrare per le sette porte degli Inferi, e per ciascuna porta viene spogliata gradualmente delle sue vesti e dei suoi gioielli, simboli del suo potere. Alla fine, nuda, viene fatta entrare nella sala del trono di Ereshkigal. Quest’ultima ordina al suo ministro Namtar, dio del destino, di scagliare contro Ištar sessanta malattie, e colpire ogni parte del suo corpo.

La prigionia della dea ha l’effetto di interrompere ogni attività di generazione nel mondo dei viventi. Questo stato di cose preoccupa gli dèi, e il dio Enki/Ea trova una soluzione, creando un giovane di grande bellezza, Tammuz, da inviare alla dea malvagia per affascinarla e indurla al perdono nei confronti della sorella. Il piano sembra fallire (il testo è mutilo), perché Ereshkigal, pur dapprima affascinata, inizia a maledire la creatura maschile. Alla fine però concede la grazia a Ištar e ordina a Namtar di innaffiarla con l’acqua della vita; la dea dunque risale al mondo dei viventi in un brano simmetrico nel quale viene rivestita delle sue vesti e dei suoi ornamenti. Tuttavia, in cambio della propria salvezza, deve lasciare nell’oltretomba il suo amante Tammuz. Questi ritornerà sulla terra ogni anno per un solo giorno per i rituali a lui consacrati.

vedi da Wikipedia la voce “Discesa di Ištar negli inferi”, tratto da Luigi Cagni, “La religione della Mesopotamia”, in Storia delle Religioni, Roma-Bari 1997

Idolo femminile stante in terracotta

XIII – metà XII secolo a.C.
(Tardo Cipriota IIC – IIIA)

La statuina in terracotta è composta da tre parti lavorate separatamente e assemblate. La superficie in origine era ricoperta da ingubbiatura chiara, decorata con pittura rossa e nera.

Numerosi esemplari simili sono stati rinvenuti in tutta l’isola, in tombe e in contesti d’abitato, e nell’area levantina. L’immagine della donna feconda fu profondamente radicata fin dalla remota antichità nel culto cipriota. Dal tardo Bronzo poi risentì delle influenze culturali e artistiche derivate dagli intensi contatti marittimi così che da questo momento gli idoli femminili richiamarono il modello siriano e mesopotamico legato al culto della grande dea Ishtar.

Nonostante l’influsso orientale, la statuina presenta spiccate caratteristiche originali, proprie del gusto artistico locale e della secolare tradizione religiosa dell’isola. Per esecuzione tecnica non risponde alla idealizzazione della bellezza classica: la figura femminile, nuda, ha le mani quasi a sorreggere il seno sporgente, piccolo e appuntito; la testa ha orecchie ampie e sporgenti, entrambi gli occhi sono realizzati con una pastiglia d’argilla applicata; il naso, “pizzicato” dalle dita del ceramista, è prominente e appuntito con due incisioni a indicare le narici; la bocca è resa da un’incisione orizzontale sul piccolo mento.

Dall’isola di Cipro, località non meglio indicata, 1875 altezza cm 21,5 inv. 4994, collezione cipriota 281
Dall’isola di Cipro, località non meglio indicata, 1877 altezza conservata cm 15 inv. 4994, collezione cipriota 281

Statuina femminile nuda stante (cosiddetto “tipo Astarte”)

600-475 a.C. (Cipro Arcaico II)

La statuina frammentaria in terracotta rossastra è stata realizzata a stampo e rifinita a incisione, probabilmente era dipinta. La figura femminile, nuda e stante, ha le mani ai seni e l’acconciatura simmetrica con riccioli e un’ampia e compatta massa di capelli che si appoggia morbida sulla spalla. Richiama lo stile fenicio come la tecnica stessa.

Si tratta di uno dei molti idoletti in terracotta legati al culto della dea fenicia Astarte, attestato nel VI secolo a.C. presso le tombe dell’antica città di Amathus, sulla costa meridionale di Cipro, a breve distanza dall’odierna Limassol.

Il culto della dea Astarte, forse assimilata alla dea femminile cipriota, fu introdotto sull’isola direttamente dai Fenici che vi si insediarono nel IX secolo a.C. Astarte era una divinità molto potente, associata alla fertilità e alla rigenerazione e per questo legata anche all’ambito funerario, in quanto simbolo della rinascita dalla morte. Non è accertato se queste statuine rappresentassero la divinità stessa, una prefica o una sacerdotessa. Numerose sono anche le ipotesi sulla loro funzione d’uso: talismani a custodia dei defunti, oggetti di uso quotidiano legati a riti domestici, immagini simboliche legate all’aspetto divino della fecondità, ex-voto sempre legati alla fecondità.