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Il mondo dei morti egizio, i Campi di Iaru

La traduzione corretta del papiro da noi chiamato Libro dei morti è Libro dell’uscire al giorno: si tratta di un testo funerario scritto in geroglifico, accompagnato da vignette, su fogli di papiro disposti a formare una lunga striscia che veniva arrotolata: una raccolta di testi, preghiere e formule magico-religiose che il defunto, identificato con Osiride, avrebbe utilizzato per ottenere dagli dei protezione e aiuto nel viaggio verso il mondo dei morti. Durante questo viaggio l’anima avrebbe dovuto superare molti ostacoli e sconfiggere multiformi nemici, per raggiungere l’immortalità.

Venne usato stabilmente dal XVI secolo derivando in parte dai più antichi testi funerari come i Testi delle Piramidi (risalenti al XXVII-XXII secolo a.C.) e i Testi dei sarcofagi (XXI-XVII secolo a.C.). Composto in un tempo molto lungo, il Libro dei morti non ebbe un’edizione canonica e unitaria, così che gli esemplari a noi pervenuti mostrano di essere diverse selezioni di formule e preghiere, ma tra queste non manca mai il capitolo 125 in cui il defunto doveva superare la pesatura del cuore, o dell’anima, implorare le 42 divinità giudicanti, per ciascuna delle quali corrisponde da parte del defunto una dichiarazione di innocenza rispetto al peccato che ciascuno dei 42 giudici era preposto a castigare. Si tratta della lunghissima formula della confessione negativa in cui il defunto dichiara di non aver commesso in vita azioni ostili a Maat, principio di verità, armonia e giustizia.

Il cuore del defunto, organo depositario di tutte le azioni buone o malvage compiute in vita, viene quindi pesato sulla bilancia (psicostasia) in contrapposizione alla piuma di struzzo, simbolo di Maat: l’equilibrio indicherà la sua rettitudine così che potrà accedere alla vita eterna e sarà beato, detto Giusto di voce, o Giustificato. Al contrario, se il cuore risulta pesante, il defunto verrà annientato, divorato dal mostro.

La vita eterna, che quindi spettava solo ai puri, si svolgeva nei Campi di Iaru o Campi dei giunchi: in epoca più antica, nel periodo delle piramidi, era pensato nel cielo orientale, costituito da un’indefinita distesa di acqua. Invece nei Libri dei morti dal Nuovo Regno questi campi sono terreni solcati da ruscelli e coperti di messi, qui il defunto arava, seminava e mieteva, teneva puliti i canali dalla sabbia. Nel caso egli venisse iscritto nella corvée giornaliera, aveva a sua disposizione alcune figurine sulle quali era un testo magico la cui lettura li riportava in vita e, risposto eccomi, andavano a lavorare al posto del padrone: sono detti rispondenti, in egizio usciabti.

La pesatura dell’anima greca psicostasia

Nel mondo greco la “pesatura dei destini” (o psychostasía) è descritta in un memorabile episodio dell’Iliade: nel momento fatale dello scontro tra Achille ed Ettore, Zeus impugna la bilancia d’oro del destino e sui piatti pone le sorti dei due avversari: quello di Ettore scende verso il suolo, quello di Achille sale verso il cielo. Ettore morirà (Iliade, XXII 92-213). Sono le tre Moire a decidere il destino, Cloto tesse la trama della vita, Lachesi dà a ciascuno la sua parte, Atropo l’implacabile taglia il filo alla fine.

Due fogli del Libro dei morti di Amen-hotep, contabile delle mandrie del tempio di Amon

XVIII dinastia (1543-1292 a.C.)
Dall’Egitto, forse Tebe
altezza media cm 34
inv. 12089

Due dei quattro fogli di papiro del Museo di Trieste che provengono dal Libro dei Morti di Amen-hotep, scriba contabile delle mandrie del tempio di Amon a Tebe, collocabile cronologicamente, grazie anche allo stile delle immagini, durante i regni di Hatshepsut\Thutmosi III ed Amenofi II della XVIII dinastia (1491-1398 a.C.).

Si tratta del foglio iniziale e di quello finale della striscia di papiro lunga originariamente più di 15 metri che arrotolato doveva essere posto sul petto del defunto. La presenza all’interno del testo di spazi, che potevano essere riempiti con il proprio nome e titoli da parte di un acquirente generico, indica che il papiro non fu realizzato espressamente per lo scriba contabile Amen-hotep, ma da lui acquistato già pronto.

Nel primo foglio, il dio dei Morti Osiride, seduto in trono sotto un chiosco e davanti a un tavolo con offerte, riceve un mazzo di fiori di loto da parte del defunto Amen-hotep, seguito da sua moglie Uret e sua figlia Ta-khat.

Nell’altro è dipinta la scena dell’Apertura della Bocca: Amen-hotep chiuso nel suo sarcofago sorretto da uno dei figli, viene purificato da un altro suo figlio, seguito dal terzo figlio. Questo indossa la pelle di leopardo distintiva della carica di sacerdote sem, e impugna lo strumento rituale per il taglio delle bende all’altezza della bocca e degli occhi della mummia per restituire al defunto l’uso dei sensi, in modo che il suo ka possa vivere pienamente nell’aldilà.

Sugli altri fogli vi erano invocazioni alle principali divinità egizie perché concedessero al defunto protezione e la liberazione dal male per l’eternità nei secoli dei secoli. Inoltre preghiere augurali affinché lo spirito del defunto fosse reso perfetto e potesse salire sulla barca del sole ogni giorno; o ancora elenchi di nomi di guardiani che dovevano essere invocati correttamente dal defunto per essere lasciato entrare nei Campi di Iaru.

Sarcofago del sacerdote di Khonsu Pa-di-amon

XXI dinastia (1070-945 a.C.)
dall’Egitto, Tebe
altezza complessiva cm 45 (cassa cm 30)
inv. 12086

Sarcofago di forma antropoide, realizzato in legno di sicomoro stuccato e dipinto, appartenuto a Pa-di-amon, sacerdote del dio Khonsu (figlio di Amon a Tebe). In molti punti sopra il suo nome è stato dipinto quello di Pa-nefer-nefer, un usurpatore del sarcofago stesso, che fu sovrintendente alla tesoreria del tempio di Amon.

Il particolare scelto mostra la terza scena del lato destro con la Pesatura dell’anima nella sala delle verità; qui l’anima di Pa-di-amon, identificata dal suo cuore, viene pesata in contrapposizione ad una piuma di struzzo (simbolo di giustizia e verità) per verificare la sua condotta in vita: se il cuore avrà peccato sarà pesante più della piuma, quindi verrà gettato in pasto al mostro divoratore (non raffigurato). Se al contrario sarà puro, leggero come la piuma, avrà in dono la vita eterna e verrà detto “giustificato”.

Le figure da sinistra sono: la dea Imentit dell’Occidente, il defunto Pa-di-amon, il dio Thot in funzione di scriba, al centro la bilancia, sormontata da un babbuino, reca a sinistra la figura di un genio e una cassa chiusa, a destra il dio Anubi; seguono il dio Horus che procede verso suo padre Osiride, seduto sul trono e protetto alle spalle dalla dea Iside.

Figura di Upuaut

XXV-XXVI dinastia (747-525 a.C.)
dall’Egitto
altezza cm 20
inv. 12012

Figura in legno stuccato e dipinto di cane o sciacallo disteso che veniva posta, da sola o in coppia, sul coperchio di sarcofagi del tipo a palazzo. Raffigura la divinità Upuaut, l’“apritore delle strade”, un dio di ambito esclusivamente funerario che venne poi associato ad Anubi. La sua funzione era quella di garantire al defunto un passaggio sicuro per l’aldilà.

Amuleto Anubi

VII-IV a.C.
dall’Egitto
altezza cm 4,5
inv. 12070

Amuleto in bronzo raffigurante il dio sciacallo, aiutante prediletto di Osiride, Anubi, a corpo umano con testa di sciacallo, stante, avanzante con il gonnellino pieghettato.

Preposto alla mummificazione e alla protezione del defunto nel viaggio verso l’aldilà, Anubi viene detto nei testi “colui che presiede alla sala dell’imbalsamazione, dio grande, Signore delle casse” (dei sarcofagi).