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I Demoni etruschi e il viaggio oltre la vita

L’antico popolo degli Etruschi ha prestato particolare attenzione e abilità nella costruzione delle necropoli.

Benché le credenze siano state soggette ad una rapida evoluzione, in esse gli Etruschi mostrano di aver concepito la continuazione, dopo la morte, di un’attività vitale del defunto. Pertanto arredavano la tomba come fosse una casa, dotandola di suppellettili e arredi, veri o dipinti. Alle pareti dipingevano scene della vita quotidiana o dei momenti più significativi, sereni e piacevoli del defunto, come banchetti, danze e giochi atletici. Insieme al defunto venivano inumati anche i suoi beni personali e preziosi.

A partire dal V secolo a.C. le sepolture riflettono una progressiva adesione alle credenze influenzate dalla civiltà greca. Venne così a configurarsi anche per gli Etruschi un al di là, localizzato all’estremo occidente, dove muore il sole, in un mondo sotterraneo abitato da divinità infernali e dagli spiriti di antichi eroi. Il destino di ogni defunto era quindi di essere condotto in un mondo senza luce e speranza in cui il fluire del tempo era segnato dai patimenti delle anime che ricordavano i momenti felici delle loro vite terrene. Le sofferenze delle anime dei morti potevano essere alleviate dai parenti con riti, offerte e sacrifici.

Le anime dei defunti compivano un viaggio di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti scortate da spiriti infernali, una pluralità di creature variamente rappresentate, del tutto originali rispetto alle culture coeve, ma non sempre facilmente distinguibili. Sono raffigurati nelle tombe come guardiani delle porte dell’Ade o mentre intervengono a prelevare, guidare, sollecitare il defunto nel suo cammino verso l’Ade.

I più importanti di questi spiriti erano il demone Charun, dal viso deforme, armato di un pesante martello; il demone Tuchulcha, dal volto di avvoltoio e dalle orecchie di asino, armato di serpenti; e la dea Vanth, connotata da grandi ali e reggente una torcia.

Cratere a calice in ceramica etrusca a figure rosse con defunta portata negli inferi dai demoni della morte Charun e Tuchulcha

325-300 a.C. Gruppo del Pittore di Alcesti
da Tuscania
altezza cm 35
inv. 2125

Scena con Defunta portata negli inferi dai demoni della morte Charun e Tuchulcha: al centro, la figura della defunta velata e avvolta nel manto viene afferrata dal mostro di sinistra che è il demone della morte Charun armato del caratteristico martello; indossa corta tunica ed ha volto e orecchi satireschi. A destra la donna viene sospinta dal secondo demone, il dio Tuchulcha, che indossa analoga tunica ed ha viso bestiale con grosso naso adunco, incolta barba, capelli ispidi e dritti e orecchie equine; le sue gambe terminano in artigli di uccello rapace mentre tiene con la sinistra una serpe guizzante. Sulla sinistra chiude la scena un grosso serpente/drago alato.

Il cratere sull’altro lato mostra una scena dionisiaca con asino, satiro e menade.

Il cratere presenta particolari sovraddipinti in bianco e giallo e appartiene all’arte etrusca di area falisca (zona dell’odierna Civita Castellana). È attribuito al cosiddetto Gruppo di Alcesti e datato alla seconda metà del IV secolo a.C.

Stamnos in ceramica etrusca a figure rosse

fine V secolo a.C.
altezza cm 32
inv. 7630

Defunta portata negli inferi dal demone della morte Charun

Lato A, scena in cui la Defunta viene portata negli inferi dal demone della morte Charun. Il dio etrusco della morte Charun dal volto caratterizzato dal grosso naso adunco solleva il suo martello e si volge verso sinistra a guardare la defunta, nuda sotto il drappo sollevato (immagine dell’anima spogliata dal corpo mortale, simbolo della liberazione spirituale); ella tiene gli occhi chiusi.

 

Grifone attacca guerriero disteso a terra

Lato A, scena in cui la Defunta viene portata negli inferi dal demone della morte Charun. Il dio etrusco della morte Charun dal volto caratterizzato dal grosso naso adunco solleva il suo martello e si volge verso sinistra a guardare la defunta, nuda sotto il drappo sollevato (immagine dell’anima spogliata dal corpo mortale, simbolo della liberazione spirituale); ella tiene gli occhi chiusi.

Il carattere popolare delle scene e la tecnica poco curata di questo vaso sono caratteristiche della manifattura etrusca della metà del V secolo a.C.: ma il consistente uso dei colori aggiunti e i contorni fortemente a rilievo portano a spostarne l’esecuzione alla fine del secolo o all’inizio del successivo.