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Enea ed il desiderio di conoscere il proprio destino

Nel mondo latino la discesa agli inferi è stata ripresa da Publio Virgilio Marone nell’Eneide (VI libro), datata al 31-19 a.C., in cui il protagonista Enea, con l’aiuto della Sibilla Cumana e munito del ramo d’oro, dono superbo per ottenere il passaggio da Caronte, entra vivo nel regno di Dite (Ade per i greci). Qui incontra Didone, la regina cartaginese suicidatasi per il suo abbandono che sdegnata lo guarda muta. Nei Campi Elisi, Enea trova il padre Anchise, il quale lo guida attraverso le anime dei morti e gli mostra quelle di coloro che ancora devono nascere, i suoi futuri discendenti, da Romolo ad Augusto. Enea è alla ricerca delle ragioni stesse della fine di Troia e del suo doloroso peregrinare, e Anchise gli mostra non solo il suo destino, ma anche quello di tutta la sua stirpe.

Anchise illustra al figlio la dottrina della reincarnazione, secondo la quale, dopo essersi completamente purificate dalla contaminazione del corpo, le anime, trascorsi mille anni, si abbeverano alle acque del Lete e ritornano alla vita.

In Virgilio, l’architettura degli inferi è articolata: superati i guardiani Caronte e Cerbero, si ode il pianto dei bambini non nati, poi c’è Minosse, il giudice infernale che interroga i morti, ne apprende i delitti e assegna i giudici e quindi la pena. Si attraversano i Campi del Pianto, riservati ai morti suicidi e a coloro che in vita furono travolti dalla passione, e i Campi degli Eroi che accolgono tutti i Caduti in guerra. A questo punto si presenta il bivio: una via conduce alla città di Dite e ai Campi Elisi, mentre l’altra conduce al Tartaro, luogo di pena per i malvagi. Un’immensa città circondata da un fiume di fuoco, il Flegetonte, che Enea non può visitare. Egli pertanto prosegue per l’Eliso dove fra boschi, prati e ruscelli, in un’atmosfera di serenità e di quiete, dimorano le anime degli artisti, dei sacerdoti, degli eroi e di tutti i benefattori dell’umanità.

Vedi in rete D. Bisagno, “Enea scende agli inferi”, Editrice Edisco, Torino

Smforetta in ceramica attica a figure nere

Aiace e Cassandra che si nasconde dietro il Palladio
Eracle che uccide l’Idra di Lerna
550-525 a.C. Pittore di Princeton
altezza cm 21
inv. S.454

 

Il piccolo stamnos mostra su un lato uno dei momenti finali della guerra di Troia: l’eroe greco Aiace, armato di lancia è stante con indosso la corazza, gli schinieri e una pelle di pantera, si rivolge verso il centro della scena, dov’è il Palladio, sotto al quale cerca di nascondersi Cassandra, dalla figuretta seminuda. Uno spettatore osserva la scena, a destra.

Il palladio era un simulacro ligneo sacro alla dea Atena (qui raffigurato con elmo, corazza e lungo manto, armato di lancia e grande scudo rotondo) dotato del potere di difendere la città, che cadde solo dopo che Ulisse e Diomede lo rubarono. Secondo un’altra tradizione invece Enea aveva già tolto il vero Palladio che egli portò a Roma.

Sull’altro lato la scena mostra una delle famose fatiche di Eracle: al centro l’Idra, il mostro dal corpo anguiforme dalle molte teste, viene attaccato da Eracle, aiutato, sulla destra, dal giovane Iolao.