2. Sala della scultura

La sala a destra dell’atrio espone la scultura romana, esemplificata principalmente dalla ritrattistica privata e imperiale, in una panoramica dal I secolo a.C. al III d.C. Per i materiali è ipotizzabile una provenienza prevalentemente aquileiese, ma non mancano ritratti per i quali è stata proposta l’importazione da Roma o dall’Egitto.
La serie permette di riconoscere l’evoluzione stilistica nella lavorazione dei volti – in particolare degli occhi (che, dapprima lisci, hanno poi iride e pupilla incise) – e la preferenza tra raffigurazioni idealizzate o realistiche, fino a giungere ad effetti espressionistici.
Interessante è poi notare il mutare delle mode nelle acconciature, sia maschili che femminili, naturalmente ispirate a quelle adottate dalla famiglia imperiale.

Catalogo dei pezzi esposti

Mappa Sala 2

Ritratti romani

1. TESTA DI SACERDOTE O DIGNITARIO
basalto
dall’Egitto
I sec a.C.
inv. 2187
Testa che conserva sul retro parte di un pilastro: elemento caratteristico della statuaria egizia già dall’epoca faraonica.
Uomo anziano con volto allungato, caratterizzato da rughe e pieghe sulle guance a zigomi prominenti, occhi piccoli marcati da spesse occhiaie, bocca grande e serrata, e orecchie leggermente a sventola. La fronte stempiata è cinta da una corona di fiori.
La resa realistica del ritratto e il vivo senso plastico lo inquadrano nella produzione privata dell’Egitto romano.

2. TESTA FEMMINILE
marmo
dall’Egitto?
fine I sec. a.C.
inv. 2174
Ritratto femminile privato proveniente probabilmente dall’Egitto, realizzato in età augustea e ispirato ai ritratti delle principesse tolemaiche.
La presenza di alcuni fori sulla fronte fa ipotizzare un ornamento metallico

3. TESTA DI ANZIANO
calcare di Aurisina
da Aquileia?
terzo quarto del I sec. a.C.
inv. 12509
Il volto, che pare tratto da un rilievo funerario, presenta fronte rugosa, occhi a forma di mandorla con bulbi ingrossati, bocca serrata e una pettinatura rada, ora poco leggibile. L’accentuato realismo trova analogie con ritratti aquileiesi degli ultimi anni della Repubblica.

4. TESTA DI BAMBINO
calcare
seconda metà I sec. a.C.
inv. 7521
Il ritratto infantile, ricavato da un rilievo,
mostra grandi occhi spalancati e capelli privi di volume resi da incisioni. Inquadrabile tra la fine dell’età repubblicana e l’età augustea.

5. TESTA DI ANZIANA
calcare di Aurisina
da Aquileia
fine I sec. a.C.
inv. 12507
Il ritratto femminile di donna anziana, tratto da un rilievo, ha occhi piccoli con palpebre rese a angolo squadrato; presenta scriminatura centrale con capelli raccolti in due rotoli simmetrici lungo i lati del volto.
Si tratta di un’opera caratteristica della media età augustea di produzione aquileiese.

6. TESTA MASCHILE
marmo
produzione urbana (di Roma)
fine I sec. a.C.
inv. 2160
Il largo volto, da un rilievo, raffigura un giovane dai capelli a calotta pettinata in avanti e dai tratti idealizzati: occhi lisci allungati, naso largo e dritto, bocca carnosa dal labbro superiore sottile e mento pronunciato.
La resa è ispirata al classicismo del medio periodo augusteo di produzione urbana.

7. RITRATTO DI CALIGOLA
marmo
dalla Dalmazia
prima metà I sec. d.C.
inv. 2177
Il ritratto proviene da scavi settecenteschi condotti nel territorio dell’antica Aenona (dintorni di Zara, Croazia) e appartenne certamente a una statua che rinvenuta frammentaria venne allora rilavorata per il mercato del collezionismo.
Si tratta di un classico ritratto dell’imperatore Caligola (37-41 d.C.) che rientra nel tipo noto dalla cinquantina di ritratti pervenutici. Tutti caratterizzati da capelli separati da scriminatura centrale, frangetta a ciocche spartite centralmente e biforcate ai lati della fronte. Il volto pieno è allungato e gli occhi sono leggermente obliqui a goccia.

8. “GERMANIA CAPTA”
marmo
dalla città di Kula in Lidia
I sec. d.C.
inv. 2228
Proveniente dall’Asia Minore, forse dall’antica Philadelphia, la lastra porta due iscrizioni in greco: sotto la figura del soldato romano a cavallo “a Gaio Cesare Germanico imperator (?) è dedicata tutta l’area pubblica”; sotto la donna imprigionata (personificazione di una provincia sottomessa) “Germania”.
Si fa riferimento a Germanico, nipote e figlio adottivo di Tiberio, o a Caligola, figlio dello stesso Germanico, che nel 39 e 40 condusse una spedizione contro i Catti, una delle molte bellicose tribù germaniche.
Il lavoro trasandato e le molte incongruenze inducono a sospettare dell’autenticità del pezzo, altrimenti databile tra 11 e 41 d.C., in relazione ai personaggi ricordati.

9. TESTA DI GIOVANE DONNA
marmo
30-50 d.C.
inv. 3158
La testa lavorata a tutto tondo mostra una capigliatura con scriminatura centrale, due bande laterali ondulate che sul retro sono legate in una treccia, e piccoli riccioli tondi sulla fronte: si tratta di un’acconciatura prescelta dalle principesse del periodo tra Caligola e Claudio.
Gli occhi sono abbastanza grandi a bulbi lisci.

10. RITRATTO FEMMINILE
calcare di Aurisina
da Aquileia
prima metà del I sec. d.C.
inv. 7535
Tratto da un rilievo, questo volto, in cattivo stato di conservazione, ha riccioli rotondi sulla fronte e evidenti segni della lavorazione a trapano. Proviene sicuramente da Aquileia e testimonia l’adozione in ambito privato della moda imposta dalle principesse giulio-claudie.
Gli occhi hanno bulbi ingrossati.

11. TESTA DI BAMBINO
marmo
da Aquileia
metà I sec. d.C.
inv. 12508
La capigliatura posteriormente solo sbozzata suggerisce una vista esclusivamente frontale per questa testa dal volto paffuto ma dall’espressione malinconica.
La capigliatura poco voluminosa è pettinata in avanti a formare una frangetta. La bocca carnosa con angoli piegati verso il basso (segnati dal forellino del trapano) e gli occhi grandi e lisci richiamano la tradizione ellenistica a metà tra un ritratto individualizzato e un’immagine idealizzata: forse si tratta di un ritratto funerario privato di età claudia o neroniana da Aquileia.

12. RITRATTO DI OTTAVIA CLAUDIA (?)
marmo
metà I sec. d.C.
inv. 2176
Nel delicato ritratto di bambina dal volto pieno, leggermente allungato, si era voluto riconoscere Ottavia Claudia, la figlia dell’imperatore Claudio e di Messalina, che fu la sventurata moglie di Nerone tra 53 e 62.
Il delicato volto ha grandi occhi aperti, e lunghe ciocche di capelli che sulla fronte formano una frangetta a arco compatto, con le punte rivolte verso sinistra. Il pittoricismo, che sfuma i morbidi passaggi chiaroscurali, e l’uso del trapano, che gioca sapientemente a creare le ombre, suggeriscono una datazione alla piena età neroniana.

13. TESTA FEMMINILE
marmo
prima metà II sec. d.C.
inv. 2163
Nel volto allungato e pieno spiccano gli occhi lisci di forma allungata, resi in modo nitido e delimitati da spesse palpebre; il naso è stato integrato; la bocca piccola ha labbra sottili e il mento pronunciato presenta un leggero sottomento.
I capelli a scriminatura centrale si compongono in bande laterali a ciocche lunghe, pettinate all’indietro a formare sulla sommità della testa un “turbante” cilindrico, costituito da quattro trecce sovrapposte. Questa acconciatura fu diffusa tra l’età traianea e la prima età antonina.
Il modellato morbido e la fine fattura, così come l’idealizzazione classicistica, fanno riferire il ritratto alla sfera privata dell’età adrianea.

14. RITRATTO DI LUCIO VERO
marmo
da scavi a Taranto
138 d.C.
inv. 2159
Il volto infantile, rotondo e paffuto, ha un’espressione imbronciata accentuata dalla resa naturalistica ottenuta dal contrasto tra la morbidezza delle parti levigate e la ricca e mossa capigliatura a grossi boccoli.
Gli occhi sono grandi ed hanno la palpebra inferiore accentuata e le pupille incavate a forma di pelta nell’iride rigonfia, mentre la bocca è piccola e carnosa.
Deve essere inserito nel primo tipo dei ritratti di Lucio Vero bambino, realizzati nel 138, quando a otto anni fu adottato, insieme a Marco Aurelio, dall’imperatore Antonino Pio.

15. TESTA DI BAMBINA
marmo
138-169
inv. 2169
Il volto paffuto e infantile è sormontato da una morbida acconciatura detta “a melone”, formata da ciocche rese a spicchi che si raccolgono sulla nuca in una crocchia a treccioline. Ha occhi grandi, con pupille a pelta circondate dall’incisione dell’iride, e una bocca piccola e carnosa, che si piega in una espressione corrucciata, caratteristica dei ritratti funerari.
L’acconciatura, tipica in età imperiale per i ritratti di ragazze o giovani donne, ebbe ampia diffusione nella prima e media età antonina.

16. TESTA DI ANZIANO FILOSOFO (?)
marmo
da Aquileia (?)
inizio III sec. d.C.
inv. 12505
La testa mostra tutte le caratteristiche del ritratto di un anziano uomo di pensiero o filosofo con barba e sguardo severo: un’ampia stempiatura con fronte corrugata dai sopraccigli sollevati, occhi piccoli scavati in profonde cavità oculari, iride a rilievo circondata da incisione circolare e pupilla indicata da due forellini.
Trova precisi confronti con uno analogo di Aquileia datato ai primi decenni del III secolo ed è inquadrabile nell’età di Caracalla.

17. TESTA FEMMINILE
marmo
da scavi a Trieste
metà III secolo d.C.
inv. 7516
La testa fu rinvenuta nel 1888 a Trieste presso San Sabba nello scavo nei pressi di un edificio produttivo romano (per la lavorazione dell’olio o dei tessuti, fullonica).
Il volto ha occhi grandi con iride segnata e pupilla incisa a pelta, bocca larga con labbra sottili e mento pronunciato con sottomento. Acconciatura con scriminatura centrale e lunghe ciocche a onde regolari orizzontali, riportate fin sulla nuca, dove formano una treccia “a stuoia” che risale verso la sommità del capo.
Questa acconciatura ripropone quella usata dall’imperatrice Otacilia, moglie di Filippo l’Arabo, e data il pezzo alla metà del III secolo d.C.

18. TESTA FEMMINILE
marmo
da Aquileia (?)
metà III sec. d.C.
inv. 7523
Le dimensioni maggiori del vero portano a ipotizzare che si tratti di un ritratto di imperatrice.
Il volto è lungo e pieno, il mento sfuggente con evidente sottomento. Gli occhi sono grandi e sbarrati, con iridi e pupille a pelta profondamente segnate. Il labbro inferiore è pieno.
I capelli a scriminatura centrale hanno ciocche a onde, poi lisci e raccolti posteriormente in una treccia “a stuoia”; alcuni riccioli scendono sulle orecchie.
Appaiono evidenti i segni di rilavorazione del pezzo: originariamente doveva trattarsi del ritratto velato capite dell’imperatrice Iulia Domna, in seguito rilavorato alla metà del III secolo per raffigurare probabilmente Otacilia Severa, la moglie di Filippo l’Arabo, o piuttosto Herennia Etruscilla, la moglie di Traiano Decio.

19. TESTA MASCHILE
marmo
III sec. d.C.
inv. 2391
Testa molto rovinata caratterizzata da un’espressione corrugata di forte realismo.
Ha corta frangetta e palpebre superiori spesse e inarcate rese plasticamente e aveva iridi e pupille originariamente incavate.
Appartiene al filone espressionistico che si affermò alla metà del III secolo, caratteristico dei ritratti di Filippo l’Arabo (244-248) e di Decio Traiano (249-251) ampiamente imitato nella ritrattistica privata.

20. TESTA FEMMINILE DI ETÀ MATURA
marmo
metà III sec. d.C.
inv. 2175
Il volto pieno della donna di età matura ha sottomento pronunciato e occhi con palpebre non spesse con iride segnata e pupilla a pelta incisa; acconciatura con scriminatura centrale a capelli lisci pettinati all’indietro raccolti in una treccia “a stuoia”, frequentemente ripresa da ritratti privati realistici tra 240 e 250.

21. TESTA FEMMINILE
marmo
fine III – inizio IV sec. d.C.
inv. 2164
Il volto dal modellato morbido ha bocca dagli angoli abbassati e una complessa acconciatura con scriminatura centrale da cui si dipartono le ciocche a onde regolari, che riportate indietro e attorcigliate risalgono in un’unica fascia sino alla sommità dove formano una specie di cuscinetto, visibile frontalmente. Tipica delle donne dell’imperatore Gallieno l’acconciatura venne ripresa anche in ritratti privati.
Gli occhi poco naturalistici, con iride e pupille a pelta segnate, inducono a datare il pezzo alla fine del tardo III secolo e l’inizio di quello seguente.

22. TESTA FEMMINILE
marmo
fine III – inizio IV sec. d.C.
inv. 12512
Testa molto deteriorata, con acconciatura simile alla precedente.

Teste e busti di divinità

23. BUSTO DI AFRODITE
marmo
da Taranto
II-I secolo a.C.
inv. 2184, T. 967
Elegante testa di divinità femminile, Afrodite?
Il volto regolare aveva naso dritto e sottile, bocca leggermente atteggiata al sorriso, occhi profondi e malinconici.
La posizione, Inclinata sulla sua sinistra, la lavorazione di questa parte e la presenza di un foro per il fissaggio, mostrano che doveva appartenere a un gruppo di più figure.

24. TESTA DI DIVINITÀ
marmo
I sec. a.C.
inv. 2158
Frammento di testa dai lineamenti puri e idealizzati, con semplice acconciatura dai capelli leggermente ondulati, che da una scriminatura centrale sono riuniti sulla nuca in una morbida crocchia sorretta dal nastro che per due volte gira intorno al capo. Il lobo dell’orecchio mostra il foro per l’orecchino metallico.
Si tratta di una copia romana di un modello greco del IV secolo a.C.

25. TESTA DI DIVINITÀ
marmo
II secolo d.C.
inv. 2167
L’elegante testa, leggermente inclinata sul collo, mostra un fine volto allungato, ben levigato. I capelli con discriminatura centrale sono raccolti in 4 ciocche ondulate per lato tirate indietro orizzontalmente.
Le piccole orecchie hanno fori per gli orecchini.
Si tratta di una copia romana di epoca adrianea derivato da un modello greco del IV secolo a.C.

26. ERMA BIFRONTE
marmo
da Aquileia
Seconda metà II sec. d.C.
Inv. 2268 (coll. Zandonati)
Antichissima divinità romana, Giano veniva rappresentato con due volti, bifronte, in quanto poteva guardare tanto il futuro che il passato.
Protettore di tutto ciò che riguardava un inizio e una fine, aveva anche il compito di vegliare sui passaggi, porte e ponti.
Le porte del tempio di Giano Quirito, nel foro di Roma, sempre chiuse si spalancavano in tempo di guerra e al dio si chiedevano responsi sulla riuscita delle imprese militari.

27 a. b. STATUETTA DI SILENO SEDUTO
marmo
da Aquileia (?)
fine I – prima metà II secolo d.C.
inv. 2198
Scultura decorativa di piccole dimensioni lavorata a tutto tondo prescelta per ornare abitazioni private, probabilmente ad Aquileia romana.
Seduta su una roccia, la figura nuda di un satiro (come indica la folta coda di cavallo) mostra l’età matura. La posizione fortemente sbilanciata e instabile doveva essere controbilanciata dal movimento delle braccia e delle gambe possenti, così come da una seconda figura che doveva essere posta davanti al satiro, vedi il confronto con il tipo del gruppo di Dresda raffigurante la lotta tra un satiro e un ermafrodito. Si tratta di una replica di produzione probabilmente aquileiese.

28. TESTA DI MENADE
calcare
inv. 2226
Il volto di forma squadrata, dal naso breve e schiacciato, occhi tagliati obliqui ha un carattere mascolino, ma i capelli mossi sovrastati da una corona di foglie e fiori fanno pensare a una figura del mito dionisiaco, probabilmente a una menade: una delle seguaci del dio che lo celebravano cantando, danzando e vagando per le foreste.

Statue

29. STATUA FEMMINILE
marmo
da Aquileia
ultimo quarto I sec. a.C.
inv. 12747 (coll. Zandonati 1870)
Statua stante di donna dalle dimensioni superiori al naturale, che Indossa veste e spesso mantello a pieghe dritte e verticali; ai piedi morbidi calzari. Alla mano, l’anello gemmato di forma ovoidale è un indicatore di rango elevato.
Il retro appiattito non è stato rifinito in quanto non era in vista; il punto privilegiato da cui vedere la statua era forse di scorcio da destra. Doveva essere probabilmente affiancata da altra statua e forse inserita in un’edicola funeraria.

30. FIGURA DI ATTIS
marmo
II sec. d.C.
inv. 12527
Bellissimo giovane adorato in Frigia (Asia Minore, ora in Turchia) era legato alla dea Cibele, la Grande Madre: colpito da follia si evirò, ma Zeus lo rese immortale.
Cibele, con il suo culto misterico, venne accolta a Roma nel 204 a.C. dove assunse il nome di Magna Mater. In onore di Attis erano dedicate feste primaverili durante le quali si celebravano riti di propiziazione della fertilità della terra.
In periodo imperiale Attis, con la sua morte e resurrezione, simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera.
Attis indossa abito pastorale orientale e berretto frigio, ha il bastone dei pastori o la siringa.

31. TORSO DI AION MITRAICO
calcare
da Aquileia
II-III secolo d.C.
inv. 12592
Frammento di torso alato e ora privo della testa leonina. Al collo porta una collana di grosse perle che rimanda ad ambiente iranico sassanide e sul petto due serpenti o semplici lacci che si legano in un nodo erculeo, amuleto ricco di valore protettivo, legato alla rapida guarigione, ma anche al matrimonio, per il suo potere di propiziare la fecondità.
Si tratta di una divinità del tempo, del fuoco e della fecondità dalla ricca simbologia astrale chiamato Chronos o Aion, che riveste nell’ambito della religione mitraica il ruolo di divinità cosmica garante del funzionamento ordinato di questo mondo.

32. PILASTRO PANNEGGIATO
marmo
I secolo d.C.
inv. 3083
(coll. Hummel 1947)
Erma femminile, dal corpo a pilastro fortemente schematizzato che indossa una leggera tunica, stretta da un nastro sotto il seno, e un mantello a fitte pieghe trattenuto sulla spalla sinistra, che trasversale fascia i fianchi.
Il nodo del nastro può essere un indizio per identificare nella figura la dea Fortuna o altra divinità associata, come Cerere o Iside.
Delle braccia lavorate a parte rimangono gli incassi quadrangolari sui lati; mentre la testa doveva essere fissata mediante un perno metallico.
L’erma, tipologia di origine greca riproposta in epoca romana per usi pubblici ma soprattutto nei giardini privati, venne in questo caso riutilizzata come soglia di porta a due battenti.

33. RILIEVO CON PRIAPO
calcare
Epoca imperiale
romana
inv. 12590
Dio della fecondità, Priapo fu venerato in Grecia in età ellenistica, dalla fine del IV secolo a.C., raggiungendo successivamente l’Italia, estendendosi a larghi strati della popolazione. Qui Priapo divenne una divinità dei giardini e dei frutteti, all’interno dei quali venivano posti suoi simulacri per favorirne la rigogliosità.

Divinità romane

Oltre ai ritratti la sala è dedicata alle divinità del Pantheon romano, raffigurate in pietra, in bronzo (i cosiddetti Bronzetti) e rappresentate su lucerne in terracotta.
Molte sono le dee presenti: Minerva, Venere, Selene-Luna, Fortuna-Iside (riconoscibile per gli attributi della cornucopia e del timone), e Salus (personificazione della salute e del benessere, rappresentata con una cornucopia traboccante spighe di grano, simbolo di prosperità).
Tra gli dei: Giove, Serapide, Apollo, Mercurio, Dioniso-Bacco, Nettuno, accanto a Sileni e Satiri.
Alcuni bronzetti venivano conservati nel larario domestico, piccola edicola di culto in cui si veneravano le divinità del mondo privato, e in particolare i Lari; accanto stava l’immagine del Genius e le divinità adorate dalla famiglia.
Un discorso particolare merita Ercole, il cui culto fu uno dei più antichi tra quelli introdotti a Roma, divenendo il più diffuso nume tutelare dei mercanti e dei pastori. È presente in una statuetta in marmo (I sec. d.C.) e in molti bronzetti, raffigurato in posizione stante, in riposo, offerente o come combattente (V sec. a.C. – prima metà II sec. d.C.); il Museo conserva inoltre una serie di bronzetti raffiguranti Ercole ritrovati nel 1904 nel rione triestino di Gretta, e quindi detta Stipe di Gretta.

GENIO

Secondo i romani, ogni individuo aveva il proprio genio, uno spirito tutelare individuale.
Nella sfera privata è tuttavia documentato il solo culto del genio del capofamiglia (pater familias). La sua statuetta era posta nel larario, una piccola edicola di culto dove si veneravano i Lari (Lares familiares) e le altre divinità domestiche.
In età imperiale furono introdotti anche il Genio dell’imperatore, che, secondo la volontà di Augusto, doveva trovare posto nel larario accanto alla statuetta del pater familias, nonché il Genio del Senato e quello del Popolo Romano.

01
Bronzetto raffigurante Genio
metà I secolo d.C.
inv. 2478 (dall’Istria)

LARI

Il culto dei Lari, spiriti tutelari, è di antica origine. I bronzetti raffiguranti i Larirano posti nei Larari, piccole edicole di culto, esistenti tanto nelle abitazioni private (Lares familares, a protezione della famiglia), quanto nei crocicchi delle strade (Lares compitales).
Con la regolamentazione del culto operata da Augusto, i Lari ebbero un’iconografia specifica e si diffuse quella del Lare danzante.

02
Tre bronzetti raffiguranti un Lare danzante
I-II secolo d.C.
inv. 5330 (Italia meridionale), 5365,
2474 (da Grado)

SALUS

Personificazione della salute, del benessere e della prosperità, questa antica dea romana venne associata alla dea greca Igea, compagna di Asclepio, dio della medicina.
Lo Stato romano fu posto sotto la protezione di Salus, che venne associata con l’imperatore, del quale divenne una “virtù”.
Come Igea è mostrata nell’atto di nutrire il serpente sacro da un piatto (patera) mentre impugna uno scettro e tiene un corno dell’abbondanza con spighe di grano, simbolo di prosperità.

03
Bronzetto variamente interpretato come Salus/Igea o Bona Dea
I secolo d.C.
inv. 2475 (da Grado)

FORTUNA / ISIDE-FORTUNA

Fortuna, in origine dea della fertilità, in seguito all’identificazione con la greca Tyche, divenne la dea del caso e della sorte cieca.
Fu venerata con gli epiteti più vari in numerose località.
Fortuna è solitamente raffigurata come una donna riccamente vestita, che regge il corno dell’abbondanza (cornucopia) e un timone. La sua associazione con la dea egiziana Iside originò la versione sincretistica di Iside-Fortuna, caratterizzata dal ricco copricapo piumato o, in qualche caso, dal modio, il vaso posto sulla testa, simbolo di fertilità, solitamente attributo di Serapide.

04 a
Lucerna con raffigurazione di Fortuna
seconda metà I secolo d.C.
inv. 11302

04
Tre bronzetti di Iside-Fortuna
fine I secolo a.C. – I secolo d.C.
inv. 3440, 2457 (da Trieste), 2466 (da Aquileia)

05
Sistro in miniatura
Bronzo
Inv. 5516

SERAPIDE

Divinità che unisce alcuni elementi del dio egizio Osiride-Api e di molti potenti dei greci, quali Zeus, Asclepio (dio della medicina), Ade (dio dell’Oltretomba) e Dioniso.
Il suo culto, originatosi probabilmente in Egitto a Menfi, acquistò importanza per volontà di Tolomeo I, alla fine del IV o all’inizio del III secolo a.C.
Il suo culto si diffuse in tutto il mondo greco-romano e fu generalmente associato a Iside, Arpocrate e Anubi.

06
Testa lacunosa in marmo
fine I sec. d.C.
inv. 7551

07
Testa in alabastro
seconda metà II secolo d.C.
inv. 7550

07 bis
Lucerna a due becchi di produzione egizia con sul disco: Eros dormiente, presso l’ansa busto di Serapide
seconda metà I-II secolo d.C.
inv. 11301

ERCOLE

Il culto di Ercole, pronuncia romana del greco Eracle, è probabilmente il più antico tra quelli forestieri introdotti a Roma ed ebbe amplissima diffusione.
Il suo primo luogo di culto fu l’Ara Massima nel Foro Boario, l’antico mercato dei buoi sorto presso un guado del Tevere, punto nevralgico sin da epoca preistorica per il commercio del sale, dei metalli e del bestiame.
Egli fu l’eroe forte, coraggioso e perseverante dedito al servizio dell’umanità che libera dalle forze negative.
Suoi attributi furono la pelle di leone (leonté) con la quale si rivestiva e la clava.

08
Statuetta in marmo
I secolo d.C.
inv. 2235

09
Piccola testa in marmo da rilievo o sarcofago raffigurante Eracle
inv. 7542

09 bis
Lucerna a volute con raffigurazione di Ercole che combatte contro l’Idra, mostro a forma di serpente con nove teste
I secolo d.C.
inv. 11303

10
Nove bronzetti raffiguranti “Ercole combattente”
fine V a.C. – prima metà II secolo d.C.
inv. 3473, 2942, 2464, 2926, 2473, 2936, 3464, 3451, 2463

11
Due bronzetti raffiguranti “Ercole stante”
III-II secolo a.C.
inv. 5367, 3446

12
Due bronzetti raffiguranti ”Ercole offerente”
fine III-prima metà II secolo a.C.
inv. 2581 e 2464

13
Bronzetto raffigurante “Ercole in riposo”
età dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.)
inv. 5334

STIPE DI GRETTA

Deposito votivo rinvenuto nel 1904 lungo l’attuale strada del Friuli, antica via di collegamento tra Aquileia e Tergeste.
Il deposito, forse un piccolo larario domestico di un mercante romano o italico, era costituito da una ventina di bronzetti, mutilati e spezzati intenzionalmente in antico, raffiguranti Ercole secondo tre iconografie: “combattente”, “bibax” (con il bicchiere), “in riposo”, databili nel lasso di tempo tra V e I secolo a.C.

14
Bronzetti raffiguranti “Ercole combattente”
inv. 2461, 3458, 3475, 3460, 3462, 3461, 3463, 2460, 3477;
Bronzetti raffiguranti “Ercole
bibax” (con il bicchiere), e offerente
inv. 2477, 2462;
Bronzetti raffiguranti “Ercole in riposo”
inv. 3457, 3459

APOLLO

Il dio greco della musica, dell’arte, dell’oracolo, della medicina e della pastorizia venne introdotto a Roma abbastanza presto, forse per tramite dell’ultimo re della dinastia etrusca dei Tarquini, Tarquinio il Superbo (fine VI secolo a.C.).
In epoca repubblicana sembra che il suo culto fosse principalmente quello di divinità guaritrice, infatti fu eretto un tempio ad Apollo Medico, dedicatogli nel 431 a.C. dopo una pestilenza.
In epoca imperiale, la sua figura assunse carattere di divinità statale, dopo che Augusto gli dedicò un magnifico tempio sul Palatino, presso la sua residenza.

15
Bronzetto raffigurante Apollo
II secolo d.C.
inv. 3466 (dall’Italia centrale)

SELENE-LUNA

Il culto della dea Luna, identificata con la greca Selene, è raramente documentato. Il tempio più noto era a Roma, sull’Aventino.
Si riconosce per la falce lunare sulla testa e una fiaccola tenuta nella mano destra ed è raffigurata su un globo, analogamente alla Vittoria.

16
Bronzetto raffigurante Selene-Luna
I secolo d.C.
inv. 2488 (dall’Istria)

16 bis e 16 tris
Due lucerne a volute con raffigurazione di Selene-Luna
seconda metà II secolo d.C.
inv. 11304 e 11305

VENERE

L’antica dea italica Venus, legata in origine agli orti e ai frutteti, venne identificata poi con la greca Afrodite, così Venere divenne per i romani la dea della bellezza, dell’amore e della fecondità.
Dopo che Giulio Cesare ebbe dedicato nel suo nuovo foro il tempio a Venere Genitrice (mitica progenitrice della sua famiglia, la Gens Iulia) Venere ricoprì un ruolo importante anche nel culto imperiale.

17
Spillone in osso con Venere sulla capocchia, I secolo d.C.
Inv. 18916

18
Statuetta frammentaria in marmo, I secolo d.C.
inv. 12547

19
Due bronzetti raffiguranti Venere
I e inizio III secolo d.C.
inv. 2937 (da Este) e 2472 (da Aquileia)

20
Due bronzetti raffiguranti amorini
I-II sec. d.C.
inv. 2580, 2582

21. STELE CON DUE MANI
marmo
II-III secolo d.C.
inv. 2232
La dedicante di nome Lucifera fa voto a Hosios kai Dikaios, ossia al dio Santo e Giusto (nel senso di giustizia divina), divinità vendicatrice delle ingiustizie di origine orientale dall’Anatolia, presente nella Frigia e diffuso anche in Siria.
Le due mani alzate in preghiera sono simbologia del gesto d’invocazione con il quale si richiede l’aiuto divino o la vendetta in seguito a una morte violenta o prematura, che impediva al defunto di raggiungere l’aldilà.
La stele risulta essere presente a Trieste già nel 1829, sicuramente frutto del commercio sette-ottocentesco con il Levante.

22. LUCERNA CON RAFFIGURAZIONE DI DIVINITÀ

Sul disco della lucerna è raffigurato il busto di un uomo o, meno probabilmente, di una donna, con berretto frigio e ascia bipenne.
L’iconografia, nota solo da analoghe lucerne rinvenute in Grecia, è forse relativa a una divinità venerata in qualche zona dell’Asia Minore.
Metà III secolo d.C.
inv. 11306

Divinità romane

BRONZETTI A FIGURA UMANA

La ricca collezione di bronzetti antichi del museo riunisce tanto pezzi di epoca preromana che romani. Si tratta di statuine alte al massimo 20 cm dotate di un perno per essere fissate a una base: i bronzetti in stile arcaico e le figure di offerenti di tipo etrusco-italico dovevano avere una funzione di ex voto nei santuari; i bronzetti di epoca romana raffigurano soprattutto divinità e oltre a funzioni religiose erano destinati ai larari, altarini privati, presenti negli atri delle abitazioni.
Erano realizzati con la tecnica della fusione a cera persa con metodo diretto (su un modello di cera viene creato uno stampo d’argilla; da due fori si fa uscire la cera scaldandola e poi si versa al suo posto del bronzo fuso) pertanto riprodotti in molte copie, identiche o simili le une alle altre.

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Sacerdotesse e offerenti
III – I sec. a.C.
inv. 40250, 2583, 2589; 3476, 3450

34. BRONZETTI ARCAICI E TARDO-ARCAICI
Guerrieri
VII – inizio IV a.C.
con elmo crestato inv. 3012, nudi in attacco 3009 (dall’Italia centro sud), 5339 (da Aquileia), 5198, 3015, cavaliere 3470

35
Kore e Kouros di tipo etrusco
VI sec. a.C.
inv. 3011, 3010 e 2965
Figure maschili stanti
VI sec. a.C.
inv. 5335, 5338, Atleta? 3474

MINERVA

Antica divinità italica identificata con la dea greca Atena. Fu protettrice delle arti, delle lettere e dell’intelligenza.
A Roma, la dea comparve per la prima volta insieme a Giunone e a Giove, nel grande tempio del culto di stato romano fatto erigere sul Campidoglio dalla dinastia etrusca dei Tarquini nel corso del VI secolo a.C. Ma a Roma il suo culto ebbe anche altre sedi.
Minerva è armata e può portare con sè lo scudo con la testa della Gorgone.

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Quattro bronzetti di Minerva
I-III secolo d.C.
inv. 5333, 2479, 2496 (dall’Istria), 5352

MERCURIO

Del commercio e protettore dei mercanti, l’equivalente del greco Hermes, fu il messaggero degli dei.
A Roma gli venne eretto un tempio nel 495 a.C. ai piedi dell’Aventino.
I suoi attributi sono il cappello alato (pètaso), i calzari alati, il bastone da araldo (caduceo) e la borsa, simbolo di prosperità, soprattutto economica.
Come Hermes, fu anche protettore delle greggi e della fecondità degli animali, fatto che lega Mercurio ai bronzetti raffiguranti ovini.

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Sette bronzetti raffiguranti Mercurio
fine I secolo a.C. – II secolo d.C.
inv. 2480, 2486, 2489, 2490, 2491, 5336, 5337

25
Lucerna con raffigurazione di Mercurio
II secolo d.C.
inv. 11307 (coll. Zandonati 1870)

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Bronzetto raffigurante un ariete
I-II secolo d.C.
inv. 2964

NETTUNO

Nettuno, l’antico dio italico delle acque fu ben presto identificato col dio greco Poseidone, divinità marina, venerata in tutte le occasioni connesse col mare e con la navigazione, sebbene gli si attribuissero spesso anche i terremoti.
Il suo culto fu molto diffuso in Grecia, secondo la tradizione abitava con la sposa Anfitrite e i figli in un palazzo in fondo al mare ed era capace di suscitare o di placare le tempeste marine.
È raffigurato barbato, spesso nudo, armato di tridente, suo attributo specifico, mentre conduce un cocchio di focosi cavalli marini, e spesso tiene in mano un delfino.

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Mano con delfino
marmo da Aquileia
I-II secolo d.C.
inv. 12544

DIONISO / BACCO

Dioniso fu uno tra i più importanti e complessi dei dell’antichità, probabilmente originario della Tracia.
il suo culto si diffuse verso l’inizio del I millennio a.C., legato alla vite, al vino e all’ebbrezza, ma fu anche collegato a culti mistici segreti connessi alle credenze ultraterrene.
Chiamato Bacco dai romani, raffigurato come adulto, giovane o fanciullo, tiene un bicchiere e il tirso, un bastone ricoperto di pampini ed edera. Spesso accompagnato da menadi, satiri e sileni con accanto una pantera.

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Statuetta di Dioniso
marmo
I secolo d.C.
inv. 2245

SATIRI

I satiri, spiriti della vita selvaggia nei boschi e nelle montagne, personificavano gli istinti animali e sensuali, e facevano parte del corteo di Dioniso/Bacco.
Le raffigurazioni antiche li vedono spesso impegnati nel bere, nel giocare o nell’importunare le ninfe, spiriti femminili della natura.

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Due bronzetti raffiguranti satiri
I secolo a.C. e I secolo d.C.
inv. 2570 e 2470 (da Pompei)

GIOVE / ZEUS

Giove fu inizialmente venerato come un dio del cielo e dei suoi elementi, il tuono e il lampo.
Dopo che i Tarquini, i re di Roma di origine etrusca, introdussero nel tempio sul Campidoglio, accanto a Giunone e Minerva, il culto di Giove Ottimo Massimo il ruolo di questa divinità crebbe, divenendo la maggiore divinità dello stato romano e gli imperatori venivano identificati nel dio.
Come il greco Zeus, è un uomo maestoso con lunghi boccoli e barba. Il suo simbolo fu l’Aquila e il lampo l’attributo.

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Testa di Giove
pietra bianca
I secolo d.C.
inv. 3744

31. TAVOLETTA CON SCENE MITOLOGICHE

avorio
da Capodistria
inizi VI sec. d.C.
inv. 1335
Variamente interpretata come coperchio di cassetta, o copertura di libro, la tavoletta in avorio è scolpita e dipinta.
All’interno di una ricca cornice con amorini vendemmianti da un ramo di vite, sono due scene: in alto, il fraterno abbraccio tra due giovani con il berretto frigio, i gemelli Castore e Polluce, i Dioscuri figli di Giove; in basso, una giovane donna, certamente identificabile con Europa, cinge con le braccia il collo di un toro e nell’angolo in un clipeo il busto del dio Giove rievoca il mito del suo rapimento.
Il delicato gusto decorativo e narrativo è il risultato del linguaggio copto di Alessandria d’Egitto, specializzatosi in questo tipo di produzione agli inizi del VI secolo d.C.

SILVANO E NINFE

Silvano era il dio della terra incolta, posta fuori dai confini dei territori coltivati. La sua figura fu in origine abbastanza oscura: lo stesso nome non è un sostantivo, bensì un aggettivo.
La componente legata alla natura selvaggia lo fece approssimativamente identificare con i satiri, i sileni e Pan.
Divinità dall’aspetto semicaprino legata al mondo dei pastori e delle greggi, il suo strumento era la zampogna.
Le ninfe erano spiriti della natura, che prendevano il nome a seconda dei luoghi nei quali risiedevano. Vi erano quindi ninfe dei boschi, delle montagne, dei prati, delle acque.
Il culto delle ninfe fu molto diffuso in tutta la Grecia fin dall’età omerica e si estese alle Province romane durante l’Impero.
Le ninfe, che derivano il nome dal termine greco per designare la donna nubile, sono raffigurate giovani e belle, talvolta assieme ai satiri, ai sileni, dei quali condividevano in parte la natura, oppure a Pan.

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SILVANO
E TRE NINFE
calcare
da Capodistria
III sec. d.C.
inv. 2224

Rilievo raffigurante quattro personaggi, a coppie, tra canne palustri.

Tre ninfe danzano con le braccia intrecciate dietro la schiena, mentre la figura maschile ha le caratteristiche del dio Silvano con i tratti del dio Pan, divinità con cui è spesso associato e con cui a volte è confuso: orecchie e zampe caprine, ventre grosso, lunga barba e folta chioma. Il dio fu molto venerato in Dalmazia, nella zona di Salona e lungo la costa adriatica, dove era associato al culto delle ninfe.

Iscrizione votiva sulla cornice: Primigenivola schiava di Mevio / sciolse il voto volentieri meritatamente

Lo schema di tradizione classica e la durezza di esecuzione portano a datare il pezzo al III secolo d.C. e suggeriscono una produzione dalmata, forse presso la stessa Salona (vicino a Spalato).

Le sezioni del Museo

L’Orto Lapidario

Lapidario Tergestino

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