I periodi in sequenza stratigrafica

Ovvero come si incontrano nello scavo

Periodo Medioevale e Romano

200/50 a.C. – 1.000 d.C.

Negli strati superiori, nel terreno argilloso, sono stati trovati rari frammenti di vasi e di anfore, che indicano una sporadica presenza umana, di minima rilevanza archeologica.


Età del Ferro

900-200/50 a.C.

Anche nell’Età del Ferro l’uso delle grotte da parte dell’uomo sembra abbastanza limitato, vista la modesta presenza di cocci di vasi.


Età del Bronzo

2.500-900 a.C.

I reperti si fanno più numerosi soprattutto dal periodo che vide, intorno alla metà del II millennio, il formarsi di abitati fortificati in cima ai rilievi dell’altopiano (i castellieri), e appartengono alla loro stessa cultura. Si tratta comunque di un numero limitato di vasi, molto frammentati, tanto da non permettere di riconoscere le modalità di frequentazione delle grotte né di formulare ipotesi sull’uso differenziato rispetto ai castellieri, ai quali certamente fornivano acqua, raccolta dallo stillicidio carsico, e spazio per lo stoccaggio alimentare.


Eneolitico o Età del Rame

4.000-2.500 a.C.

Lo studio dei reperti provenienti dalle grotte carsiche in questa fase di passaggio all’Età del Bronzo permette di ipotizzarne un utilizzo come stalla/ricovero per greggi di pecore e capre, in un territorio di transito piuttosto che di stazionamento: luogo di sosta di pastori in transumanza, attivi su distanze più o meno ampie. Si pensa a genti di culture diverse, le cui tracce si sono accumulate insieme nei depositi archeologici senza che i portatori siano entrati in contatto diretto tra loro nella realtà storica.


Neolitico

6.000-4.000 a.C.

Questo periodo è caratterizzato dalla comparsa di contenitori in ceramica, soprattutto vasi profondi e scodelle, fatti a mano e usati per cuocere e conservare. La comparsa della ceramica va di pari passo con l’avvio di un’economia produttiva basata sulla coltivazione e sull’allevamento di ovini, caprini e bovini. Prosegue naturalmente la produzione di strumenti in osso e in pietra: lame e punte dai margini ritoccati, molto taglienti, e asce in pietra levigata per tagliare il legname e addomesticare la natura.


Mesolitico

8.000-6.000 a.C.

Il clima temperato del periodo olocenico, seguito al termine dell’ultima glaciazione, favorì l’estensione di foreste abitate da selvaggina di piccola taglia, la cui caccia costrinse l’uomo a introdurre l’uso di nuove armi e a intensificare l’attività di raccolta e di pesca.
Gli strumenti in selce scheggiata, riconosciuti per la prima volta nella Grotta Azzurra di Samatorza (e poi in una quindicina di altre), sono di dimensioni molto ridotte (microlitiche) e venivano fissati in serie su aste e usati come frecce, arpioni per la pesca e forse falcetti per raccogliere i prodotti spontanei della natura.
L’uomo, in questa fase, sfruttava in modo sistematico le risorse naturali, risentendo dei mutamenti climatici: se nel Paleolitico la linea di costa del nostro mare era tra Ancona e Zara, intorno a 9.000 anni fa era arretrata alla linea Venezia-Rovigno, creando una zona pianeggiante di ambiente a boscaglia con acquitrini e stagni dove vivevano castori, lontre e tassi. L’economia era basata sulla raccolta e parzialmente ancora sulla caccia di cinghiali, ma soprattutto di cervi e caprioli.
Sette-otto mila anni fa si ebbe la risalita del mare Adriatico fino all’attuale linea di costa, permettendo così la raccolta dei molluschi di scogliera, di cui sono stati trovati moltissimi resti nelle grotte.


Paleolitico

450.000-8.000 a.C.

Il lungo periodo di grande freddo nel primo pleniglaciale wurmiano vede sul Carso la presenza di cacciatori neandertaliani in un ambiente di tipo steppa-prateria con alberi (conifere e latifoglie), dove abbondavano cinghiali, cervi, caprioli, cavalli e sporadicamente era presente l’Ursus spelaeus.
La Grotta Pocala di Aurisina (vetrina al centro della sala) ha restituito strumenti in selce scheggiata inseribili nella produzione del Paleolitico Medio (80.000-35.000 anni fa) con manufatti in pietra scheggiata d’industria musteriana, a tecnica levalloisiana (preparazione preventiva del nucleo di pietra dal quale trarre gli strumenti). Si tratta per la maggior parte di grattatoi per lavorare le pelli degli animali cacciati. Dalla grotta proviene anche un gran numero di resti di orso delle caverne (Ursus spelaeus) che deve averla utilizzata a lungo come tana per il letargo, mentre l’uomo la occupò solo saltuariamente, durante brevi battute di caccia.
Anche la dolina davanti alla Grotta Cotariova e la Grotta dell’Orso hanno restituito materiali del Paleolitico Medio.
Alcuni siti, non presenti nell’esposizione, hanno restituito materiali del Paleolitico Antico, in particolare il riparo di Visogliano, datato a circa 450.000 anni fa.

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