Antiche tracce

Sala 1 – Le grotte del carso triestino

Allo stato attuale delle ricerche, resti archeologici sono stati rinvenuti in circa 180 grotte del Carso triestino. Questa sala presenta il percorso nella Preistoria del Carso triestino attraverso i materiali provenienti da sei grotte, pertinenti a fasi diverse dell’Età della Pietra (o Preistoria) – che in regione copre un intervallo approssimativamente compreso tra 450.000 e 2.000 a.C. – e di seguito alle Età dei Metalli (o Protostoria) fino alla romanizzazione.
Nel Carso furono soprattutto le grotte a ospitare l’uomo nelle epoche più antiche, dapprima occasionalmente durante le sue battute di caccia ai grandi mammiferi, poi in modo più ripetitivo quando divenne allevatore e pastore. Allora, agli inizi del II millennio a.C., l’uomo iniziò a costruire strutture fortificate all’aperto, sulle alture, note come castellieri, ma non smise di frequentare le cavità naturali, anche se verosimilmente in modi diversi dai precedenti.

Le vetrine sono suddivise per grotta e organizzate come fossero depositi stratigrafici – i livelli più antichi in basso, quelli più recenti in alto – con i materiali collocati nella fascia corrispondente al periodo cui vengono datati.
Come si vede dagli spazi privi di manufatti, non in tutte le grotte scelte sono state trovate tracce della presenza umana in ogni periodo.
Con un colpo d’occhio si può tuttavia cogliere, per quanto a grandi linee, l’evoluzione tecnologica e culturale degli uomini che hanno prodotto i manufatti qui esposti.

Veduta della sala delle Grotte

Grotta Pocala presso Aurisina

Comune di Duino-Aurisina

Cavità notissima per essere stata la prima a fornire tracce di presenza dell’uomo nel Paleolitico Medio, un tempo era chiamata Caverna del Campo Rosso, mentre ora è più conosciuta come Pocala, dal toponimo locale che significa “ai piedi delle rocce”.
L’ingresso della grotta, una piccola apertura ora dotata di scalini e porta chiusa per evitare intrusioni, si trova in una cava di calcite. La ripida galleria scende per una lunghezza complessiva di 125 metri, fino ad arrivare in un’ampia sala di fondo.
Gli scavi archeologici hanno portato alla luce abbondantissimi resti di animali pleistocenici, fra cui particolarmente numerosi quelli di Ursus spelaeus, che hanno permesso la ricostruzione di varie decine di scheletri interi (alcuni attualmente visibili al Museo Civico di Storia Naturale).
I manufatti raccolti sono in numero limitato ma indicano momenti di uso della grotta distanziati nel tempo: Paleolitico Medio, senz’altro il periodo meglio documentato; Neolitico-Eneolitico, genericamente protostoria; Età Romana.
La scelta della materia prima della selce usata per i manufatti paleolitici è ampia e di diverse provenienze, non strettamente locali, fra cui la vicina grande dolina di Aurisina e i dintorni di Comeno in Slovenia (selce di non grande qualità), ma il materiale è talvolta ottenuto anche da ciottoli provenienti dai fiumi Timavo e Isonzo. Questa varietà, unita al numero ridotto di scarti di fabbricazione, suggerisce che i gruppi del Paleolitico Medio che frequentarono la grotta si muovessero su un ampio territorio portando con sé strumenti di selce già finiti.

L’ingresso della grotta Pocala
Interno della Grotta Pocala
Le selci del periodo paleolitico medio dalla Grotta Pocala

Grotta Azzurra presso Samatorza

Comune di Duino-Aurisina

La Grotta Azzurra, una delle grotte archeologiche più note del Carso triestino, si trova presso Samatorza. Fu così chiamata da Carlo Marchesetti perché sul fondo della cavità si riflette il colore azzurro del cielo.
Posta in una vasta dolina, ha un’apertura arcuata di 25 metri, alta 6 nel punto massimo; da un ampio vestibolo, un pendio detritico di un centinaio di metri permette di raggiungere la base pianeggiante della sala principale. Una galleria prosegue per una sessantina di metri ed è chiusa da un deposito calcitico.
Nelle argille della parte più interna della cavità è stata individuata una grande quantità di ossa di Ursus spelaeus e di altri animali pleistocenici; già in epoca preistorica l’uomo vi si inoltrò, ma difficilmente vi abitò. L’atrio, invece, conserva tracce della presenza umana, relativamente abbondanti anche se discontinue, dal Mesolitico – scoperto qui per la prima volta nel Carso nel 1961 – agli inizi dell’Età del Ferro.
Lo studio dei manufatti e della fauna – resti dei pasti intorno ai focolari – mostra che da una primitiva economia basata sulla caccia dei grandi mammiferi si passò intorno a 9.000 anni fa (quando il livello del mare era 20 metri più basso dell’attuale e lasciava scoperta una fascia pianeggiante di alcuni chilometri) alla caccia di animali di minore taglia, alla pesca e alla raccolta soprattutto dei molluschi della scogliera. Dal Neolitico in avanti prevalse l’allevamento di pecore e capre, oltre a bovini e suini, e alla caccia ai cervidi.
Durante la Prima guerra mondiale, la grotta fu adibita a ricovero per le truppe che vi costruirono anche una cisterna per la raccolta dell’acqua di stillicidio.

Ingresso della Grotta Azzurra
Scorcio dall’interno della Grotta Azzurra
Alcune delle selci microlitiche del periodo Mesolitico dalla Grotta Azzurra

Grotta delle Gallerie in Val Rosandra

Comune di San Dorligo della Valle

A sud-est di Trieste, nella suggestiva cornice della Val Rosandra, si apre la Grotta delle Gallerie, o delle Finestre, una delle più note cavità archeologiche del territorio, purtroppo devastata da un alto numero di scavi, alcuni dei quali abusivi.
L’ingresso, ben riparato da un’alta parete rocciosa sul versante settentrionale della valle, è costituito da un vestibolo abbastanza ampio, dal quale la grotta si sviluppa a sinistra in una sala e a destra in una galleria che giunge a una cosiddetta finestra in parete e a un pozzo, profondo 13 metri.
I materiali rinvenuti, soprattutto ceramici, sono numerosissimi e permettono di tracciare un quadro piuttosto completo della frequentazione umana, dal Neolitico – il periodo meglio documentato – agli inizi dell’Età del Ferro.
In generale la ceramica mostra una concentrazione piuttosto alta di materiali rari, pressoché assenti nelle altre grotte del Carso, che indicano contatti con gruppi culturalmente diversi sia dell’Italia settentrionale, sia della Slovenia e della Croazia: questi contatti sono stati senz’altro favoriti dalla posizione strategica della cavità, in diretto collegamento con il mare e l’entroterra lungo il corso del torrente Rosandra, ma forse anche dalle condizioni geo-ambientali della costa, favorevoli alla formazione naturale di sale nei periodi più caldi e ventosi dell’anno.

Ingresso della Grotta delle Gallerie
Interno della Grotta delle Gallerie
Pintadere

Nella Grotta delle Gallerie vennero ritrovate alcune pintadere del periodo Neolitico nella fase più recente. Le pintadere sono oggetti decorati in terracotta, di uso tuttora incerto – stampi per decorare il corpo, i tessuti, il pane? –, presenti in contesti culturali diversi dell’Italia settentrionale ma molto più diffuse in Europa sud-orientale.

Alcune pintadere dalla Grotta delle Gallerie

Grotta dell’orso presso Gabrovizza

Comune di Sgonico

La grotta, detta anche Caverna di Gabrovizza, si apre sul fondo di una dolina alberata con un imponente ingresso a volta, alto 10 metri e largo 25. L’ampia galleria di 235 metri, dalla forma regolare, è caratterizzata da alcune brusche svolte. Il nome della grotta deriva dalla ricca quantità di resti di Ursus spelaeus raccolti da Carlo Marchesetti a fine Ottocento. Egli, nella relazione sullo scavo nel 1890, scrive di aver trovato, sotto uno strato di 50/190 centimetri, un poderoso deposito di ceneri e carboni dello spessore di un metro e mezzo, nel quale fu in grado di riconoscere ben 15 straterelli distinti: aggiunge che numerosi oggetti “giacevano sparsi nei vari strati senza nessun ordine”.
La mancanza di dati stratigrafici precisi non impedisce, comunque, di attribuire i materiali a fasi cronologico-culturali diverse, in base al confronto con reperti simili, meglio datati, provenienti da altre cavità del Carso.
Nella grotta di Gabrovizza pochi manufatti attesterebbero una presenza umana già nel Paleolitico Medio; molto più numerosi sono quelli che testimoniano un uso maggiore nel corso soprattutto del Neolitico, ma anche fino alle soglie dell’Età del Ferro. Singoli oggetti risalgono, infine, all’Epoca Romana.
Al di là dell’inquadramento cronologico, i dati raccolti da Marchesetti con grande capacità analitica e pubblicati con rigore scientifico, se confrontati con i risultati di studi geo-archeologici effettuati a fine anni 1990-inizi 2000 in altre cavità carsiche, permettono di avanzare un’ipotesi sull’uso discontinuo ma ripetuto della grotta nella tarda Preistoria e nella Protostoria da parte di gruppi di pastori con le loro greggi di capre e pecore.

Ingresso della Grotta dell’Orso
Scorcio dall’interno della grotta dell’Orso
Alcune selci neolitiche ed eneolitiche dalla Grotta dell’Orso

Sala 2 – Carlo Marchesetti

Ritratti fotografici di Carlo Marchesetti
Ritratto fotografico di Carlo Marchesetti

Carlo Marchesetti nacque il 17 gennaio 1850 a Trieste, principale porto dell’Impero austriaco, e vi morì il 1° aprile del 1926, quando la città era ormai parte del Regno d’Italia.
Benché le sue passioni fossero la botanica e la zoologia, nel 1874 si laureò a Vienna in medicina e fece il medico a Trieste per un solo anno.
Nel settembre del 1874 accompagnò l’esploratore inglese Richard Francis Burton, allora console a Trieste, in una gita in Istria e Dalmazia, rimanendo affascinato dal mondo dell’archeologia e scoprendo che i cosiddetti castellieri, fino ad allora ritenuti accampamenti romani, dovevano venir riferiti alle popolazioni preistoriche della regione.
Nel 1876 vinse il concorso per direttore del Museo di Storia Naturale, carica che ricoprì fino al 1921. Il suo interesse fu da allora concentrato sulla storia naturale, e in particolare sulla botanica, ma anche sull’archeologia preistorica, che andava affermandosi in quegli anni in tutta Europa: grazie alle sue indagini e agli scavi sul Carso divenne uno dei più rinomati paletnologi e paleontologi italiani.
Studioso dalla formazione d’impronta positivistica, condusse molteplici campagne di scavo con moderna sistematicità e cura per la documentazione dei dati e archiviazione dei reperti, prestando particolare attenzione alla contestualizzazione del dato archeologico e allo studio dell’ambiente antico. Gli innumerevoli reperti da lui scoperti sono ora suddivisi tra il Museo di Storia Naturale – resti di fauna – e il Museo d’Antichità – i manufatti prodotti dall’uomo.

Ritratto fotografico di Carlo Marchesetti

I suoi preziosissimi manoscritti formano il Fondo Marchesetti-de Farolfi presso l’Archivio diplomatico della Biblioteca Civica. Il fondo è composto dai 62 taccuini personali (diari di scavo e di viaggio tra 1875 e 1925), oltre a bozze di suoi articoli e contributi di varia natura, accanto alla corrispondenza che lo studioso intratteneva con le personalità più illustri dell’epoca, comprendenti migliaia di lettere provenienti da tutta Europa e non solo. L’interesse scientifico di queste lettere è evidente: si tratta di scambi di informazioni e pubblicazioni sulle ricerche in corso con aggiornamenti sugli esiti dei rispettivi scavi, reciproche richieste di approfondimento delle diverse classi di manufatti e riferimenti bibliografici.
La sua ricca biblioteca è passata ai Civici Musei di Storia ed Arte, così come alcuni documenti personali e le sue fotografie di viaggi.
Una delle sue opere principali fu dedicata nel 1903 allo studio dei castellieri, gli abitati protostorici fortificati su altura di Trieste e della regione Giulia. Il volume, tutt’ora base indispensabile per gli studiosi della materia, è il censimento realizzato in trent’anni, che raccoglie le sue ricerche topografiche, sulla toponomastica e sugli aspetti della geomorfologia dei siti, nonché tutti i dati rilevati sul terreno (indagini di superficie, alcuni sondaggi, raramente scavi), come il rilievo dell’insediamento misurato a passi nel perimetro e nella distanza fra le cinte, il calcolo della superficie abitativa disponibile, unitamente alle osservazioni archeologiche.
Dieci anni prima, nel 1893, aveva pubblicato la necropoli di Santa Lucia di Tolmino (scavi 1884-1893), che presenta una vasta sintesi del suo metodo d’indagine: mappa generale, elenchi di tombe, loro descrizione con precisa indicazione della profondità, dei corredi, annotazioni relative agli aspetti del rito e gli interessantissimi dati di carattere antropologico sui resti degli inumati, derivati dalla sua preparazione medica.
Questa prassi metodologica, consolidata fin dai primi scavi, venne da lui applicata anche nelle altre importanti necropoli ad incinerazione dell’Età del Ferro: a Caporetto, San Canziano, San Pietro al Natisone, Redipuglia e, in Istria, a Vermo e Pizzughi; così come sui castellieri (i principali del Carso: Montebello, Cattinara, Monte Grisa e Contovello; molti ancora in Istria e nell’Isontino) e nelle grotte (tra quelle da lui edite: San Daniele del Carso, Azzurra, Pocala, dell’Orso, voragine di Povir e Preistorica di San Canziano).

Carlo Marchesetti scava nella necropoli di Santa Lucia di Tolmino

Archeogrotte

Un prodotto multimediale, in italiano e inglese, nelle prime due sale, oltre a presentare le grotte con video e descrizioni che “riportano” i reperti nei luoghi di ritrovamento, dà voce a Marchesetti con la lettura di brani scelti dai discorsi che egli preparava annualmente per presentare in chiave divulgativa i risultati delle sue ricerche. Ne traspare tutta la sua passione che ci guida alle scoperte e come egli diceva:
“Quale non fu però la mia sorpresa, allorché scavati appena pochi centimetri, mi si presentò … allora si richiese al cavo delle grotte di rivelarci la loro storia remotissima, che gelosamente rinserrano in grembo. Pochi e scarsi, naturalmente, sono gli oggetti che finora vennero alla luce, e quindi ogni nuovo trovato, per quanto tenue, forma un’aggiunta non ispregevole alle nostre cognizioni paletnologiche”.
“Questi sono i documenti venerandi che noi dobbiamo trarre faticosamente dal grande archivio che è il grembo della terra, ove per millenni rimasero gelosamente custoditi, per ricostruire la storia perduta della nostra provincia”.
Nel computer si possono trovare anche tutte le singole didascalie dei pezzi esposti, il più delle volte con le fotografie accostate ai disegni tecnici.

Copertina del prodotto multimediale con il percorso ARCHEOGROTTE sulle grotte esposte e RISCOPRIRE LA STORIA su Carlo Marchesetti

Sala 3 – La Grotta delle Mosche

La terza sala è dedicata alla Grotta delle Mosche / Mušja Jama, una cavità verticale carsica sotterranea, profonda circa 50 metri, del comprensorio di San Canziano del Carso / Škocjan. Lo scavo pionieristico, condotto da Josef Szombathy su incarico della Commissione Centrale di Preistoria di Vienna, ha restituito un eccezionale nucleo di materiali archeologici (più di 500 reperti, in parte conservati al Naturhistorisches Museum di Vienna e in parte, dal 1920, al Civico Museo di Trieste, come deposito dello Stato) in bronzo, soprattutto armi (punte di lancia, giavellotti, asce e spade, elmi e parti di corazze), intere o in frammenti, ma anche oggetti d’ornamento, attrezzi e prestigiosi manufatti quali tazze e calderoni utilizzati in cerimonie conviviali, risalenti alla tarda Età del Bronzo e alla prima Età del Ferro (XIII-VII sec. a.C.).
Tutti i materiali sono stati frantumati e intenzionalmente ripiegati e alterati con l’esposizione al fuoco. Poi sono stati lanciati nella voragine, dall’alto dell’imboccatura del pozzo carsico, precipitando sul cono detritico, formatosi proprio sotto l’imboccatura stessa.
Il ritrovamento e lo studio dei materiali (ai quali nel 2017 è stato dedicato un poderoso volume scientifico) permettono di ipotizzare, con una buona sicurezza, che la grotta fu sede di riti e culti espletati da personaggi ricchi e potenti: una sorta di santuario, in cui erano gettate le offerte dei guerrieri e dei capi delle antiche comunità locali.

Suggestiva veduta dell’interno della Grotta delle Mosche
Elmo a cresta dalla Grotta delle Mosche
Punta di giavellotto e un’ascia dalla Grotta delle Mosche

Elmo tipo Buggenum

L’elmo in bronzo fu ritrovato sul fondo della grotta, in cima al cono detritico, cadutoci con ogni probabilità accidentalmente.
Il sito della grotta in Età Romana si trovava lungo la strada tra Tergeste e Tarsatica, che poi si ricongiungeva alla via Aquileia – Emona (Lubiana). La presenza dell’elmo viene collegata alle operazioni militari delle campagne condotte da Ottaviano tra il 36 e il 33 a.C. per la conquista dell’Illirico occidentale.
Il paranuca, piuttosto esteso, mostra sulla faccia superiore due scritte incise con tecnica puntinata che documentano un avvicendamento di persone nel possesso dell’elmo, per le quali in base alla formazione onomastica appare ipotizzabile un’origine celtica.
Lungo il bordo è la scritta più antica: (centuria) Postumi M(arci) Valeri Bacini o Baginus (di Marco Valerio Bacino, centuria di Postumo).
Quella più interna: (centuria) Caesidieni C(aius) Tomius (Gaio Tomio, centuria di Cesidieno).
Molto antica era la consuetudine di apporre il proprio nome come contrassegno di proprietà sull’arma o su altro elemento dell’equipaggiamento militare. La molteplicità di nomi, al nominativo o al genitivo, mostra che l’equipaggiamento veniva venduto dai veterani alle nuove reclute oppure, più semplicemente, che veniva dato in prestito ai soldati al momento dell’arruolamento e poi restituito.

Elmo tipo buggenum

Sala 4 – La Protostoria

Da questa sala in avanti i materiali esposti illustrano le fasi della Protostoria locale (termine con cui sono indicate le Età del Bronzo e del Ferro, dal III millennio a.C. all’arrivo dei Romani nel II-I secolo a.C.). I numerosi reperti permettono di approfondire due tematiche molto importanti: quella relativa agli abitati o castellieri e quella riguardante le usanze funebri, testimoniate dai materiali rinvenuti in numerose necropoli.
Le sale successive sono suddivise per siti.

I Castellieri

I castellieri sono abitati d’altura fortificati con una o più cerchie di mura a secco, posti nei punti eminenti e dominanti il territorio, che costituiscono l’aspetto insediativo più tipico dell’area carsica dalla metà del II alla metà del I millennio a.C. circa, dall’Età del Bronzo Medio e Recente (XVI-XIII secolo a.C.) fino a tutta la prima fase dell’Età del Ferro (dal XIII-VIII secolo a.C. circa fino al IV) e in rari casi anche dopo.
In attesa dell’allestimento definitivo, le vetrine presentano immagini fotografiche e mappe dei più noti castellieri del Carso triestino, dell’Istria e della valle dell’Isonzo. Nella parte inferiore delle vetrine, ancora in casse e suddivisi in sacchi, sono esposti alcuni tra i reperti più significativi rinvenuti negli scavi in essi praticati da Carlo Marchesetti.
La ceramica da questi abitati, decorata con semplici motivi geometrici impressi o a rilievo, è giunta a noi in frammenti a causa dell’uso prolungato, mentre spesso i vasi ritrovati nelle necropoli sono interi (si confrontino quelli dei Pizzughi presso Parenzo, nella sala 6 di questo piano).
Marchesetti stesso scriveva: lo scavo dei castellieri “per la povertà e l’uniformità degli oggetti riesce di gran lunga meno attraente e meno produttivo” rispetto alle necropoli, oltre a essere più faticoso e più costoso.

Alcune forme di vasellame dai castellieri restaurate
Serie di fusaiole dal castelliere di Montebello
Un cote con un ciottolo per macinare dal castellieri di Cattinara

Sala 5 – L’area di San Canziano del Carso / Škocjan

Il sito di San Canziano, fino alla Seconda guerra mondiale in provincia di Trieste e oggi in Slovenia, si trova inserito in un contesto paesaggistico ricco di suggestioni e testimonianze archeologiche, formatosi intorno all’inghiottitoio in cui il fiume Timavo precipita sottoterra per riaffiorare nel mare, dopo un percorso di 35 chilometri, in Italia, presso San Giovanni al Timavo, dove sono le sue foci, proprio a livello dell’acqua; qui il fiume venne dai Romani divinizzato.
Nell’area di San Canziano sono stati individuati una trentina di siti archeologici, tra abitati, necropoli o grotte usate dall’uomo.

Necropoli arcaica di Bresez / Brežec

Questa importante necropoli si estendeva sul pendio occidentale del colle dove sorge l’attuale villaggio di Brežec, forse occupata in antico da un castelliere protostorico. Carlo Marchesetti vi esplorò in totale 325 tombe: quasi tutte a incinerazione con deposizione di ceneri e corredo, ornamenti e armi in bronzo che presentavano tracce di fratture rituali e di esposizione sul rogo funebre. Notevole fu la durata nel tempo della necropoli, che mostra una certa eterogeneità delle componenti culturali e che rimase in uso dal tardo Bronzo Finale alla evoluta Età del Ferro (1.000-600 a.C. circa).

Coltello a “S” in bronzo
Spilloni in bronzo
Fibula ad occhiali in bronzo
Spada con fodero ritualmente piegata e spezzata in bronzo

Necropoli celtica di Ponikve

Seguono materiali provenienti da un’altra necropoli scavata, sempre da Marchesetti, tra 1903 e 1905, i cui corredi egli ritenne pertinenti a un cimitero gallico del IV secolo a.C., e che quindi si inserisce nella seconda Età del Ferro o cultura di La Tène.

L’elmo dalle Grotte di San Canziano / Škocjanske Jame

Un elmo del tipo Negau, appartenente a una produzione etrusco-italica risalente al V-IV secolo a.C., venne recuperato nella grande cavità, evidentemente qui portatovi dalle acque irruente del fiume.

Elmo del tipo Negau dalla Grande Cavità di San Canziano

Tesoretto di San Canziano / Škocjan

Un insieme di 1.170 oggetti e frammenti fu rinvenuto nel 1908 in una fossa all’esterno del muro meridionale del castelliere di San Canziano. Comprende, oltre a monili in bronzo, ben 497 perle di varie dimensioni in ambra, materiale che arrivava dall’area del mar Baltico. L’insieme è di difficile interpretazione, ma certamente inquadrabile nel IV secolo a.C.

Veduta d’insieme del materiale del Tesoretto di San Canziano
Una delle collane con perle in ambra
Torque in bronzo con pendente a doppia spirale
Due anelli con pendenti in bronzo

Sala 6 - La Necropoli di Pizzughi / Picugi

In Istria, nella zona intorno a Parenzo, Carlo Marchesetti segnalava l’esistenza di una quarantina di castellieri e tra questi, nella prima fascia di alture lungo il mare, in una posizione dominante, una serie di tre in fila. Queste tre colline tondeggianti, alte in media 100 metri, conservano i resti delle cinte murarie, su triplice fila.

Nei versanti tra le alture erano state scavate le necropoli, che hanno restituito più di 800 tombe a incinerazione con presenza di molte urne e di vasellame in ceramica conservatosi intatto. Lo studio dei materiali ha mostrato che vennero utilizzate tra XI e VI secolo a.C. (tra Bronzo Finale ed Età del Ferro) e che i corredi si inseriscono a pieno titolo nella temperie culturale istriana, autoctona ma soggetta ai molteplici influssi che contribuirono al suo peculiare sviluppo, ricco di fermenti commerciali e permeato di elementi italici e centro-europei.

Tre urne dalla necropoli dei castellieri dei Pizzughi
Serie di coti (piccole ciotole a uso probabilmente rituale) dalla necopoli di Pizzughi
Serie di spilloni in bronzo dalla necropoli di Pizzughi

Sala 7 – Santa Lucia di Tolmino / Most na Soči

La sala è dedicata alle due più importanti necropoli dell’Alto Isonzo, oggi in territorio sloveno.
La più vasta e importante è certamente la necropoli di Santa Lucia di Tolmino, dove furono portate alla luce dagli archeologi circa 6.500 tombe a incinerazione, relative al più grande abitato del gruppo culturale hallstattiano delle Alpi sud-orientali e i cui reperti sono molto interessanti sia per l’enorme quantità di dati che offrono sull’Età del Ferro (VII-IV secolo a.C.), sia per la possibilità di proporre una ricostruzione dei costumi tipici nelle varie fasi d’uso della necropoli, differenziati per sesso e per età.
La necropoli fu scavata per la maggior parte dal triestino Carlo Marchesetti e in seguito dal viennese Josef Szombathy nei decenni a cavallo tra XIX e XX secolo.
Le tombe erano costituite da buche scavate nella terra e coperte da lastre di pietra. Al loro interno venivano direttamente deposti i resti e il corredo, mentre dal VI-V secolo a.C. questi erano contenuti in grandi vasi-tomba in terracotta o bronzo. I corredi comprendevano vasellame in ceramica, bronzo e pasta vitrea, oggetti d’ornamento personale e dell’abbigliamento, più raramente armi e utensili.
La distribuzione topografica delle sepolture e la ricchezza di alcuni corredi permettono di attribuire alcune tombe a personaggi preminenti sul piano sociale o a raggruppamenti legati da vincoli di parentela. I corredi femminili, grazie ai gioielli che contengono, danno invece indizi riguardo una comunità benestante e dedita al commercio, che aveva frequenti contatti con le grandi civiltà del Mediterraneo e dell’Europa centrale.

Corredo della tomba 3227 (V sec. a.C.).
Corredo della tomba 3227 (V sec. a.C.).
Corredo della tomba 3299 (fine VI – inizi V sec. a.C.).
Corredo della tomba 3299 (fine VI – inizi V sec. a.C.).
Corredo della tomba femminile 2667 da Santa Lucia di Tolmino (VI sec. a.C.).
Corredo della tomba femminile 2667 da Santa Lucia di Tolmino (VI sec. a.C.).
Corredo della tomba femminile 2151 da Santa Lucia di Tolmino (fine VI – inizi V sec. a.C.).
Corredo della tomba femminile 2151 da Santa Lucia di Tolmino (fine VI – inizi V sec. a.C.).
Esemplare di fibula del tipo Santa Lucia (seconda metà VI – V sec. a.C.).
Esemplare di fibula del tipo Santa Lucia (seconda metà VI – V sec. a.C.).
Uno degli elementi di collana in pasta vitrea raffigurante un volto umano barbato (fine VI - V sec. a.C.).
Uno degli elementi di collana in pasta vitrea raffigurante un volto umano barbato (fine VI - V sec. a.C.).
Collana con vaghi in lamina d’oro (fine VI sec. a.C.).
Collana con vaghi in lamina d’oro (fine VI sec. a.C.).

Caporetto / Kobarid

Segue, in fondo alla sala, il materiale rinvenuto da Carlo Marchesetti nella necropoli di Caporetto, solo parzialmente studiato e in parte ancora conservato avvolto nei giornali come l’aveva imballato lo stesso archeologo.
L’abitato protostorico sorse verso il 1000 a.C. (e sopravvisse fino alla conquista di Roma) presso un importante snodo viario, alla confluenza delle valli del Natisone e dell’Isonzo; la necropoli ha restituito 1.110 tombe, inquadrabili tra VIII secolo e seconda Età del Ferro. I reperti appartengono al Gruppo di Santa Lucia, più vicino all’ambiente atestino per la predominanza delle coppe ad alto piede e dei calici zonati (tra gli altri reperti, armi di ferro e un morso di cavallo).

Serie di coppe su alto stelo dalla necropoli di Caporetto
Perla in vetro a testa umana importata dalla Fenicia
Frammento di situla in lamina di bronzo sbalzato con guerrieri a cavallo
Morso da cavallo

Sala con quadrato rosso

La grande sala del I piano, costruita come deposito di preistoria, viene ora progressivamente svuotata dai materiali che trovano, di sala in sala, nuova valorizzazione nell’esposizione o sono in corso di studio o restauro. Verrà ristrutturata e resa agibile al pubblico e permetterà di dare visione a un gran numero di tombe di Santa Lucia, con i suoi corredi. L’attuale sala 7 verrà quindi riservata alle necropoli del basso Isonzo e darà più spazio a quella di Caporetto.

Sala 8 – Le Necropoli di San Servolo / Socerb

L’Età del Ferro termina con quella che viene definita seconda Età del Ferro, convenzionalmente conclusa con l’arrivo dei Romani e la diffusione della loro cultura (IV-I secolo a.C.). Questo momento culturale è ben esemplificato dalla doppia necropoli rinvenuta presso San Servolo (ora in Slovenia, sul confine italiano). Lungo il pendio sotto lo sperone di roccia su cui sorge il medievale castello di San Servolo (che s’innalza sulle rovine del castelliere protostorico e del probabile castrum romano), in uno strato di terra nera vennero ritrovati i corredi di 111 tombe protostoriche, mentre presso l’incisione stradale sotto una cava di pietra venne individuata la necropoli romana. La necropoli preromana, dove le urne in ceramica “mal cotta” non si sono conservate, ha restituito corredi ricchi di fibule, torques (collari), bracciali, pendagli, orecchini in bronzo, punte di lancia e una spada in ferro piegata ritualmente, inquadrabili nella seconda Età del Ferro, dalla fine della cultura di Hallstatt (V-IV secolo a.C.) alla cultura celtica di La Tène, predominante dal IV secolo a.C. fino alla romanizzazione. Più tardi, nell’inoltrato I secolo a.C., alle tombe indigene si giustapposero tombe ricche di materiale romano, riferibili ad autoctoni romanizzati. I reperti delle 54 tombe, tra i quali vasellame in terracotta, strumenti di uso cosmetico e chirurgico, balsamari in vetro e monete, indicano la continuità d’uso della necropoli e illustrano i costumi funerari dalla fine del I secolo a.C. alla metà del I d.C.
Torques dalla necropoli preromana
Spada in ferro con fodero ripiegata dalla necropoli preromana
Lucerna dalla necropoli romana
Gruppo di ceramiche dalla necropoli romana
Gruppo di vetri dalla necropoli romana

La voragine di Povir/Goregna jama

In una voragine profonda una quarantina di metri vicino al castelliere di Povir presso Sesana / Sežana (Slovenia), si rinvenne casualmente nel 1895 uno scheletro di giovane uomo che presumibilmente non vi è precipitato per caso, ma fu sacrificato, secondo rituali documentati in questo periodo in area centro-europea. Il torques (collana a collare) di bronzo con pendaglio a doppia spirale e la fibula La Tène di tipo “Castua” che indossava sono databili tra il III e il II secolo a.C.

Ricostruzione grafica della discesa nella voragine di Povir
Torques rinvenuto sullo scheletro nella voragine
Notizie

Antiche Tracce

Il Civico Museo d’Antichità “J.J. Winckelmann” inaugura le prime tre sale nell’ambito del progetto generale di riapertura della Sezione Preistorica al primo piano

In occasione del 170esimo anniversario della nascita di Carlo Marchesetti il Civico Museo d’Antichità “J.J. Winckelmann” inaugura, venerdì 17 gennaio alle ore 16, le prime tre sale del progetto generale di riallestimento della Sezione Preistorica che coinvolgerà l’intero primo piano con le sue nove sale. In questa fase sono state riallestite le prime tre, ma tutte le altre sono state coinvolte da una riorganizzazione (anche se utilizzando le vetrine antiche e in attesa dei lavori di adeguamento). Viene così presentata la ricchezza dei materiali custoditi dal Museo attraverso un percorso circolare, che si può visitare sia in senso orario, a iniziare, come ci hanno abituato i libri di scuola, dai periodi più antichi per arrivare all’epoca romana; sia in senso antiorario, procedendo come l’archeologo durante lo scavo, che “sfoglia” le epoche più recenti per arrivare in fondo, a quelle più antiche. All’interno di questo percorso però le sale riescono a presentare separatamente i diversi siti: da San Servolo con la doppia necropoli romana e protostorica, a Santa Lucia con i favolosi corredi, ai quali fanno riscontro quelli di Caporetto, alle necropoli di Pizzughi in Istria ricche di vasellame, al sito spettacolare di San Canziano dove il Timavo precipita nel grande inghiottitoio, ai castellieri dell’altopiano triestino e dell’Istria, per arrivare alle Grotte carsiche; senza dimenticare di rendere omaggio alla figura di Carlo Marchesetti, colui che con determinazione e tenacia fece luce sulla storia della regione in epoca preromana, storia che fino ad allora era del tutto sconosciuta e ignorata.

Sala 1 – Le Grotte del Carso triestino

La prima sala è dedicata alle Grotte e presenta i materiali di sei tra le principali caverne preistoriche: la Grotta Pocala, la Grotta Azzurra, la Grotta delle Gallerie, la Grotta del Mitreo, la Grotta di Sgonico o Cotariova e la Grotta dell’Orso di Gabrovizza.
Allo stato attuale delle ricerche, i resti risalenti alla preistoria o Età della Pietra – che nel Carso copre un intervallo approssimativamente compreso tra 450.000 e 2.000 a.C. – sono stati rinvenuti in circa 180 grotte. Nelle epoche più antiche, nel Carso, furono soprattutto le grotte a ospitare l’uomo, dapprima occasionalmente durante le sue battute di caccia ai grandi mammiferi, poi in modo più ripetitivo quando divenne allevatore e pastore. Allora, agli inizi del II millennio a.C., l’uomo iniziò a costruire strutture fortificate all’aperto, sulle alture, note come Castellieri, ma non smise di frequentare le cavità naturali, anche se verosimilmente in modi diversi dai precedenti.
I materiali da diversi scavi condotti da Carlo Marchesetti e poi da altri archeologi (in questo caso si tratta di depositi dello Stato) sono presentati organizzati come fossero depositi stratigrafici – i livelli più antichi in basso, quelli più recenti in alto – con i materiali collocati nella fascia corrispondente al periodo cui vengono datati. Gli spazi privi di manufatti mostrano come non in tutte le grotte scelte siano state trovate tracce della presenza umana in ogni periodo.
Con un colpo d’occhio si può tuttavia cogliere, per quanto a grandi linee, l’evoluzione tecnologica e culturale degli uomini che hanno prodotto i manufatti qui esposti.
Sotto le vetrine, le grandi cassettiere, protette da vetro, permettono di avere una visione più ampia dei reperti rinvenuti e conservati finora nel deposito.

Sala 2 – Omaggio a Carlo Marchesetti

La seconda sala è dedicata all’Omaggio a Carlo Marchesetti, l’archeologo e direttore dei Musei Scientifici al quale si devono i primi scavi nelle grotte e sui castellieri. Egli scriveva: “… E si cominciò a frugare nel seno della terra, nei dorsi delle colline, ed anche per noi, sebbene bambina, incompleta, apparve la storia primitiva del nostro paese e noi vi potemmo leggere alcune pagine finora ignote, o solo vagamente accennate del nostro lontanissimo passato. Giorno per giorno si scoprono nuove reliquie dei nostri antichi progenitori e vanno diradandosi le fitte nebbie che ravvolgono il lontano passato della nostra patria”.
Carlo Marchesetti nacque il 17 gennaio 1850 a Trieste, principale porto dell’Impero austriaco, e vi morì il primo di aprile del 1926, quando la città era ormai parte del Regno d’Italia.
Benché le sue passioni fossero la botanica e la zoologia, nel 1874 si laureò a Vienna in medicina e fece il medico a Trieste per un solo anno. Nel 1876 infatti vinse il concorso per direttore del Museo di Storia Naturale, carica che ricoprì fino al 1921. Il suo interesse fu da allora concentrato sulla storia naturale, e in particolare sulla botanica, ma anche sull’archeologia preistorica, che andava affermandosi in quegli anni in tutta Europa: grazie alle sue indagini e agli scavi sul Carso divenne uno dei più rinomati paletnologi e paleontologi italiani.
Studioso dalla formazione d’impronta positivistica, condusse molteplici campagne di scavo con moderna sistematicità e cura per la documentazione dei dati e archiviazione dei reperti, prestando particolare attenzione alla contestualizzazione del dato archeologico e allo studio dell’ambiente antico.
I suoi preziosissimi manoscritti formano il Fondo Marchesetti-de Farolfi presso l’Archivio Diplomatico della Biblioteca Civica.
In accordo con lo stesso Marchesetti, venne disposto che tutte le raccolte preistoriche da lui create e conservate dal Museo di Storia Naturale fossero trasferite nella nuova sede del Museo d’Antichità a San Giusto. Il passaggio avvenne tra 1925 e 1929. La sala Marchesetti fu inaugurata il 5 luglio 1932.
Il nuovo riallestimento distribuito su 9 sale del primo piano è ora volto a illustrare la vita di Carlo Marchesetti dedicata a “dissotterrare il passato” tra grotte e castellieri, senza trascurare di metterla a confronto con quanto scavato dai suoi contemporanei e dai moderni archeologi.

Sala 3 – La Grotta delle Mosche

La terza sala è dedicata alla Grotta delle Mosche / Mušja Jama, una cavità verticale carsica sotterranea, profonda circa 50 metri, del comprensorio di San Canziano del Carso / Škocjan. Lo scavo pionieristico, condotto da Josef Szombathy su incarico della Commissione Centrale di Preistoria di Vienna, ha restituito un eccezionale nucleo di materiali archeologici (più di 500 reperti, in parte conservati al Naturhistorisches Museum di Vienna e in parte, dal 1920, al Civico Museo di Trieste, come deposito dello Stato) in bronzo, soprattutto armi (punte di lancia, giavellotti, asce e spade, elmi e parti di corazze), intere o in frammenti, ma anche oggetti d’ornamento, attrezzi e prestigiosi manufatti quali tazze e calderoni utilizzati in cerimonie conviviali, risalenti alla tarda Età del Bronzo e alla prima Età del Ferro (XIII-VII sec. a.C.).
Tutti i materiali sono stati frantumati e intenzionalmente ripiegati e alterati con l’esposizione al fuoco. Poi sono stati lanciati nella voragine, dall’alto dell’imboccatura del pozzo carsico, precipitando sul cono detritico, formatosi proprio sotto l’imboccatura stessa.
Il ritrovamento e lo studio dei materiali (ai quali nel 2017 è stato dedicato un poderoso volume scientifico) permettono di ipotizzare, con una buona sicurezza, che la grotta fu sede di riti e culti espletati da personaggi ricchi e potenti: una sorta di santuario, in cui erano gettate le offerte dei guerrieri e dei capi delle antiche comunità locali.

Un prodotto multimediale, nelle prime due sale, oltre a presentare le grotte con video e descrizioni che “riportano” i reperti nei luoghi di ritrovamento, dà voce a Marchesetti con la lettura di brani scelti dai discorsi che egli preparava annualmente per presentare in chiave divulgativa i risultati delle sue ricerche. Ne traspare tutta la sua passione che ci guida alle scoperte e come egli diceva:
“Quale non fu però la mia sorpresa, allorché scavati appena pochi centimetri, mi si presentò …“ allora “si richiese al cavo delle grotte di rivelarci la loro storia remotissima, che gelosamente rinserrano in grembo. Pochi e scarsi, naturalmente, sono gli oggetti che finora vennero alla luce, e quindi ogni nuovo trovato, per quanto tenue, forma un’aggiunta non ispregevole alle nostre cognizioni paletnologiche”.
“Questi sono i documenti venerandi che noi dobbiamo trarre faticosamente dal grande archivio che è il grembo della terra, ove per millenni rimasero gelosamente custoditi, per ricostruire la storia perduta della nostra provincia”.

Nota: Il PALETNOLOGO studia le testimonianze e i manufatti dell’uomo preistorico, mentre il PALEONTOLOGO studia i resti fossili degli animali.